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Editoriale del Corriere del Mezzogiorno

"I morti annunciati di Taranto"

"... Taranto e l’”orgoglio siderurgico”, quella sensazione di sentirsi importanti perché avevamo la più grande e moderna fabbrica di acciaio d’Europa era ben presente, anche in chi la fabbrica la aveva vista solo da fuori..."
7 agosto 2007 - Tommaso Anzoino

ILVA di Taranto Molti anni fa fu organizzato a Taranto un convegno sul Romanticismo, un convegno “importante”, con esperti di fama italiana ed europea, con filosofi, storici, scrittori, giornalisti di terza pagina, insomma uno di quei convegni che servono soprattutto all’assessore che li organizza. L’assessore ero io. La “trovata” per pubblicizzare il convegno era che nella “città dell’acciaio”, nella capitale europea dell’acciaio si parlava di romanticismo, si riusciva a parlare anche di un argomento così poco industriale come il romanticismo: una provocatoria contraddizione, una felice contraddizione (si pensava), con l’”orgoglio siderurgico” che cercava di sposarsi con l’orgoglio magnogreco, sempre presente a Taranto, e, quindi, con la cultura e quindi, perché no, col romanticismo. Insomma cosa da assessori, da assessori intellettuali. Allora andavano. Ma quella storia dell’orgoglio siderurgico era vera. Quella sensazione di sentirsi importanti perché avevamo la più grande e moderna fabbrica di acciaio d’Europa era ben presente, anche in chi la fabbrica la aveva vista solo da fuori. Guardare quei grossi tubi nel porto dell’Italsider, pronti per essere imbarcati verso la Russia, l’India, la Cina, insomma era qualcosa.

Pensare che gli oleodotti, i gasdotti del mondo funzionassero con i “nostri” tubi era più di qualcosa. Naturalmente c’erano le ciminiere, c’erano i fumi che al tramonto sporcavano il rosa del cielo. Naturalmente c’erano gli infortuni, mortali e non, c’erano gli insorgenti tumori che portavano poi a certe morti, c’erano le denunce, c’erano gli scioperi di protesta. Ma l’orgoglio siderurgico restava. Portavamo i nostri ragazzi delle scuole in visita, ne venivano da tutte le parti d’ Italia e gli ingegneri in camice bianco ci spiegavano il processo produttivo dell’acciaieria e poi su in sala mensa ci offrivano la merendina, e gli istituti tecnici industriali segnavano boom della iscrizioni perché “il posto” era lì, all’Italsider.

Ma c’era già chi profetizzava che il futuro di Taranto non poteva essere l’acciaio, c’era chi sognava distese di piantagioni di cachi al posto delle strutture industriali. Insomma, l’orgoglio siderurgico incominciava a scemare. E intanto all’Iri subentrava il Privato.

L’ultimo, a oggi, quando scrivo,è stato un ragazzo di 26 anni, da Palagiano, provincia di Taranto. Le cronache riferiscono della rabbia, del dolore; riferiscono le dichiarazioni dei sindacalisti, degli amministratori, che non sono diverse, non possono essere diverse di quelle del penultimo, terzultimo, del quartultimo, fino al primo, decenni fa. L’azienda ha avviato “un’indagine approfondita per chiarire la dinamica dell’incidente”. L’azienda, ma anche la Magistratura, ma anche l’Ispettorato del lavoro.

Quell’orgoglio non c’è più, Taranto non è più la capitale europea dell’acciaio, e se ancora lo è, ai tarantini non interessa. Da anni, ormai, i record sono altri: gli incidenti mortali, e se non sono mortali, se un operaio non può più continuare a fare l’operaio, possono metterlo a pulire i cessi, per esempio. I record sono altri: i tumori, le affezioni varie, i polmoni, tiroide, fegato, pancreas; l’inquinamento dell’aria, dell’acqua, della terra. Quell’orgoglio non c’è più, quegli operai, quei tecnici, quegli ingegneri orgogliosi di “appartenenza” non ci sono più. Non lo so se le scolaresche ci vanno ancora in visita, e consumano la merendina in sala mensa.

“Non si può continuare così!”: Si deve continuare, ma non così. Non c’è solo la tecnologia della produzione: c’è anche la tecnologia della sicurezza. Se fossi assessore a Taranto adesso organizzerei un altro convegno, ma non sul Romanticismo. Ma neanche sulla sicurezza. Sulla morte.

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