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La parola operaio fa paura a tutta la politica

Perché la politica ha paura degli operai?

Nell'inchiesta-reportage sui morti della Thyssenkrupp apparsa ieri su Repubblica il direttore Ezio Mauro, in un graffiante passaggio, mette a nudo il disagio che prova la politica nel pronunciare la parola operaio.
12 gennaio 2008 - Fulvio Colucci
Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno

- «L'operaio - scrive Mauro - esiste in fabbrica e non fuori, nel lavoro e non nella testa della politica». E poi la domanda formulata da un sindacalista della Fiom: «Ma lo sapete che nell'assemblea del Pd appena eletta a Torino non c'è nemmeno un operaio?».

Viene da chiedersi, allora, quanti operai ha eletto il Partito democratico a Taranto, lì dove il nuovo soggetto politico che si rifà all'eredità del socialismo dovrebbe sentire maggiormente il peso di una tradizione industriale, come a Torino, ma anche l'urgenza della questione posta dagli «invisibili», la nuova generazione di lavoratori schiacciata - qui e ora - dal peso della fabbrica, dai problemi della sicurezza, dalla desindacalizzazione, dal vuoto sociale fattole intorno dalla società dell'immagine, la società «globalizzata» che ha vergogna dell'acciaio, del fuoco, della polvere e non vuole «sporcarsi» con la materia, ma vivere in una eterna fiction.

Sembra invece che, come ha dimostrato il discorso di D'Alema all'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università di Bari, la questione operaia sia da relegare tra le cartoline storiche, ingiallite dal tempo. «La Taranto operaia a me cara», ha rievocato il vicepresidente del Consiglio con un vago accento di nostalgia nelle parole.

Parole già consumate da leader e leaderini in più di un contesto, in più di una circostanza: «La tradizione industriale di questa città nel Mezzogiorno e bla, bla, bla». Forse è arrivato il momento di dire che la parola operaio fa paura alla politica. Non è questione solo di Pd. La parola operaio fa paura a tutta la politica, nessuno escluso, perché mette di fronte a fallimenti passati e presenti, perché alle nuove domande di un ceto mutato nelle sue fattezze, così rapidamente e in così poco tempo, non sono giunte risposte adeguate al repentino scarto da parte della "casta". Che, anzi, si è chiusa a riccio di fronte ai problemi, ripudiando nel suo vocabolario quella parola divenuta quasi «oscena» forse perché evoca la fatica.

E purtroppo, in alcuni casi, la morte.

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