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Perché morire, quando altrove si convive, e bene con l'acciaio?

Il Comitato per Taranto prende le distanza dalle accuse accuse mosse al dott. Assennato dell'ARPA Puglia da parte di chi si fa portavoce dell'ennesimo ricatto occupazionale per screditare il lavoro di titolati professionisti e ignorare le stesse aspirazioni di tutta la cittadinanza
3 agosto 2008 - Comitato per Taranto

- Quando le cose diventano serie, dopo anni di denunce e di amare, inascoltate constatazioni, non ci vuole molto a capire chi è seriamente interessato al futuro di questa città e dei suoi cittadini e chi, per ignoranza, ottusità o, nulla può escludersi, colpevole connivenza, getta il fumo dell'allarmismo occupazionale a discredito e offesa degli altri.

E' il caso delle gravi accuse mosse al dott. Assennato dell'ARPA Puglia da parte di chi si fa portavoce dell'ennesimo ricatto occupazionale per screditare il lavoro di titolati professionisti e ignorare le stesse aspirazioni di tutta la cittadinanza.

In una corposa relazione, l'ARPA, valutando tutte le variabili di emissioni e le caratteristiche degli impianti di produzione, giunge alla conclusione che per determinate attività, la concomitanza con le aree residenziali, anche prevedendo tutti i sistemi di abbattimento ad oggi conosciuti, risulta incompatibile per gli effetti nocivi che comporta alle persone ed alle cose.

Da lì, sulla falsariga di illustri casi di città che hanno messo in primo piano la salute dei cittadini e l'immagine del loro territorio (che non sono chiacchiere ma si traducono in pochi anni in benessere e sviluppo), nella relazione, si prospetta il ridimensionamento di tali settori. Da qui a parlare di licenziamenti, chiusura dello stabilimento, fallimento dell'economia urbana, il passo è lungo quanto il metro dell'ignoranza e del populismo.

Questa situazione permette al contrario all'azienda siderurgica di “prendere tempo” non rispettando pienamente gli impegni sottoscritti. A tal proposito se da un lato l'abbassamento dei livelli di diossine e furani avvenuto contestualmente all'applicazione del procedimento dell'urea da parte dell'Ilva di Taranto, ci pare un passo in avanti, la stessa sperimentazione risulta ancora essere per noi insoddisfacente.

Si è dovuto attendere tutti questi anni e le analisi dell'Arpa Puglia perché si cominci a sperimentare la riduzione delle emissioni devastanti?

In ogni caso l'accordo di programma e il rilascio dell'AIA vertono su fatti concreti e tecniche di gestione e abbattimento che dovrebbero essere sperimentate e attuative. Gli impegni presi dall'azienda vanno comunque mantenuti e integrati ai fini del rilascio dell'Autorizzazione che, lo ricordiamo, fa riferimento a precisi regolamenti europei, il rispetto dei quali è dovuto e comporta in caso contrario pesanti sanzioni che ricadrebbero sulle “tasche degli italiani”.

Resta il fatto evidente che secondo l'ultimo rapporto redatto e pubblicato dall'ARPA Puglia, anche dopo l'applicazione di un’aggiunta di urea al materiale alimentato alle due linee, “le concentrazioni rimangono tuttavia più alte rispetto ai valori conseguibili dopo l’adozione delle BAT, e adottati quali valori limite alle emissioni di PCDD/F in altri paesi europei e nella stessa Italia”.

Questi dati dunque mostrano un quadro decisamente negativo: una situazione ambientale che suscita forti preoccupazioni.

Ed allora ribadiamo anche questa volta che è necessario abbattere l'impatto ambientale non solo attraverso l'applicazione del procedimento dell'urea ma anche mediante l'impiego di altre tecnologie oltre le note BAT.

Un esempio è rappresentato da metodi innovativi a basso impatto ambientale per l’industria siderurgica. Si tratta di sistemi per la produzione di ghisa e il trattamento dei gas di scarto della sinterizzazione che consentono di ridurre del 90% rispetto ai metodi tradizionali le emissioni di sostanze inquinanti.

La tecnologia in questione Meros - Maximized Emission Reduction of Sintering - il più moderno sistema per abbattere le emissioni nel settore - è stata adottata e applicata nello stabilimento di Linz, Austria: Il sistema consente di ridurre di oltre il 90% le emissioni di polveri, metalli pesanti, composti organici e SO2.

Nello stabilimento di Pohang, città portuale della Corea del Sud, l'impianto Finex brevettato da una nota società europea non solo fa risparmiare energia, riducendo l'inquinamento ma diminuisce anche i costi di produzione di circa il 15% rispetto ad un altoforno tradizionale. Notevole anche l'impatto ambientale: Finex genera il 90% in meno di sostanze nocive e l'inquinamento dell'acqua è sceso del 98%.
Questo ci fa capire oggi che produrre acciaio con costi ambientali ridotti è una realtà oramai consolidata non solo nei paesi occidentali ma persino in altre realtà che spesso etichettiamo come “arretrate” ma che nella capacità di essere lungimiranti, competitive e al passo coi tempi hanno riconosciuto la strategia vincente dello sviluppo.

La strada verso il recupero di un rapporto corretto con la grande industria, da noi più volte sottolineata e tecnicamente sostenuta dall'ARPA, deve passare per l'installazione di sistemi per il campionamento continuo dei macro e micro inquinanti e per il monitoraggio 24 ore su 24 delle fonti di emissione. A fronte di costi ridottissimi, si doteranno gli organi di controllo di un sistema di verifica dell'affidabilità delle strategie adottate, superando per sempre il sistema di stime, proclami, allarmismi e accuse reciproche, che contrappone il profitto all'interesse della collettività.

Spesso gli ambientalisti sono tacciati come cittadini "del no", come coloro che negano sempre ogni proposta di "progresso e sviluppo" in nome di un famigerato ostruzionismo ad oltranza che vorrebbe congelare tutto.

Prendersi cura del proprio futuro e di quello della città in cui si vive vuol dire anche saper dire no a proposte che dietro il paravento dello sviluppo affossano ancora di più il territorio, ma significa anche produrre tante proposte concrete e scientifiche per migliorare in una prospettiva di medio termine.

Negare l'evidenza di un'economia dipendente dalle multinazionali, da una classe imprenditoriale straniera che brucia il territorio in nome del profitto e conserva una situazione occupazionale fatta di precariato, subappalti e mortalità diffusa, questo è il vero no che ammazza lo sviluppo. Un solo no che per decenni ci ha reso sudditi e che per la serietà e professionalità di cittadini volenterosi e di tecnici onesti, forti di leggi europee più partecipative e trasparenti, forse, sarà superato e diventerà si alla salute e all'amore per la propria terra.

Firmano per il Comitato per Taranto:

Michele Carone
Alessandro Marescotti
Luigi Oliva
Antonietta Podda

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