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Chi e come controlla l’Eni?

Accerchiare Ilva è più facile, Eni e Cementir non potrebbero sottrarsi ad eventuali controlli. A meno che sappiano come muoversi negli ambienti che contano.
4 novembre 2008 - Marcello Di Noi
Fonte: TarantOggi

Probabile che qualcuno arricci il naso, s’infastidisca e smetta di leggere queste righe. Già, perchè il rischio è questo: parlarne spesso, potrebbe confondersi con mancanza d’argomenti e quindi affrontare quello più facile. Beh, corriamo questo rischio: se qualcuno non vuol sentir parlare d’ambiente, allora s’accomodi e legga d’altro.

Qui l’impegno è massimo, e la guardia sempre alta. Però, stavolta non troverete traccia sull’Ilva, sui guasti provocati dalle sue emissioni da alcuni decenni: quel gigante che stravolge gli splendidi tramonti della nostra città, è sotto i riflettori ormai quotidianamente, e dovrà prima o poi vedersela con la propria coscienza, semmai può averne una, dopo magari aver pagato il conto.

La questione ambientale è ben più ampia. Nel senso che questo è un territorio sotto attacco, passateci il termine, da diverse postazioniIn tanti, di certo, avranno percorso qualche volta la 106, statale purtroppo spesso ricordata per le vittime di incidenti stradali. Ma non solo. Quante volte avrete chiuso i finestrini delle vostre auto in prossimità della raffineria per evitare il respiro dell’olezzo che pervade quest’area?

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Qualcosa, evidentemente, non quadra neanche da quelle parti. Perchè, è bene saperlo, la diossina, i veleni nell’aria non sono emessi esclusivamente dall’Ilva. Non è immune l’Eni, così come la Cementir, tanto per restare nell’area industriale tarantina: qualunque sostanza venga bruciata, è scienza, produce diossina nell’aria.

Bene, qualche settimana fa, ricorderete, dai comignoli dell’Eni vennero fuori fiamme e fumi neri che preoccu-parono, e non poco, i cittadini, tanto che scattò l’allerta, provocando la reazione anche delle istituzioni.

L’Eni fu costretta a spiegare i ripetuti episodi. Ma cos’è rimasto di quegli episodi, così come i precedenti, quando cioè da quell’area venivano fuori nubi gassose, tanto che in alcune occasioni cittadini del quartiere Tamburi furono sotto osservazione sanitaria? E allora, lungi da noi difendere l’Ilva. Però, ci sembra che sull’Eni piombi sempre il silenzio, quasi esistesse un qualche pudore a parlarne.

Esiste un monitoraggio dei gas emessi dalla raffineria tarantina? Esiste, allarghiamo il discorso, un monitoraggio di un’altra azienda inquinante come la Cementir? Eppure, nelle continue riunioni alla Regione degli ultimi mesi, al tavolo c’erano anche i dirigenti di queste aziende: qualcuno sa, però, quanto inquinano? E perchè mai – se esistono – noi cittadini non conosciamo i risultati dei monitoraggi?

Che potrebbe dire l’Arpa su questo argomento? Ecco cosa ci preoccupa: alzare il tiro solo e soltanto sull’Ilva. D’accordo, il gigante d’acciaio ‘spara’ più degli altri, ma non è solo. L’Eni di certo non dipinge il nostro cielo. Considerate che è tanto strategica per Roma l’Ilva, quanto lo è la stessa Eni: è qui, nella nostra città, che si raffina la stragrande maggioranza del greggio italiano. E con quale contropartita, a parte qualche centinaio di dipendenti?

Già, perchè l’Eni che paga royalties alla Basilicata per l’estrazione del petrolio, ma qui da noi non scuce neanche un centesimo – paghiamo l’energia e la benzina esattamente come tutti gli italiani - e chiede, addirittura, che gli impianti vengano raddoppiati. Questa è l’Eni, e ci pare strano, lo ripetiamo ancora a chiare lettere, che sugli ultimi episodi di emissioni pericolose sia calato il silenzio. Da parte di tutti. Tutti.

Accerchiare l’Ilva è più facile, evidentemente. Usare lo stesso metro per le altre industrie è complicato, se non si assume l’impegno di farlo. Allarmismo il nostro? No, semplice volontà di sapere cosa accade. L’Eni, la Cementir sono industrie che a Taranto accumulano profitti, ed è giusto che a Taranto forniscano delle risposte. Non è possibile, infatti, che questi gruppi, così strategici per Roma, passino inosservati da queste parti.

E’ giunto il tempo, perciò, che Taranto adotti una strategia complessiva per difendere l’ambiente. Una strategia che non riguardi solo l’Ilva, ma tutti i gruppi industriali che ricadono nel territorio. E’ tempo che queste aziende, apparentemente immuni dal clamore, vengano fuori e facciano conoscere le proprie intenzioni al riguardo. I nostri rappresentanti istituzionali non devono sorprendersi solo degli episodi ma entrare con più attenzione sul problema e predisporre monitoraggi adeguati e ottenere perciò risposte.

L’Eni e la Cementir, del resto, non potrebbero sottrarsi ad eventuali controlli. A meno che, diciamolo pure perchè questa è la sensazione, sappiano già come muoversi negli ambienti che contano. A buon intenditor...

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