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Occorre una seria standardizzazione delle procedure di allertamento ed emergenza.

Esce fumo nero dall’Eni: perché il prefetto di Taranto non attiva il livello 1 del piano di emergenza?

In tarda mattinata siamo stati avvisati di tutto ciò da una telefonata e abbiamo subito provveduto a contattare l’Arpa, che è intervenuta prontamente.
14 luglio 2009 - Associazione PeaceLink

E’ uno scenario che sta diventando sempre più frequente a Taranto: la torcia dello stabilimento Eni ha ancora una volta bruciato idrocarburi leggeri accumulatisi probabilmente per effetto di un black out che ha mandato in tilt gli impianti. Altro fumo nero è fuoriuscito dalla raffineria Eni di Taranto e in atmosfera sono finite sostanze inquinanti.
Una nube di fumo nero


Ma cosa è accaduto? Verosimilmente a determinare il blocco degli impianti è stata l'interruzione dell’energia elettrica.

In tarda mattinata siamo stati avvisati di tutto ciò da una telefonata e abbiamo subito provveduto a contattare l’Arpa, che è intervenuta prontamente. Non è del tutto normale che un’associazione debba provvedere (e non è la prima volta!) ad allertare l’Arpa sotto la spinta di amici e cittadini preoccupati. E’ accaduto ad esempio per le nubi di gas e le cappe di puzza soffocante. L’Arpa ha sempre dimostrato una grande disponibilità e prontezza nell’attivarsi.

Ma riteniamo che a Taranto questa proficua collaborazione fra Arpa e società civile non possa fungere da surrogato per una seria standardizzazione delle procedure di allertamento ed emergenza.

Chiediamo che sia pertanto definita una procedura di allertamento standard per questi eventi. Il cittadino che vede il fumo nero infatti non sa a chi telefonare. C’è chi ha più fiducia nei vigili del fuoco, chi nei carabinieri, chi nell’amico ambientalista. Ognuno si regola a modo suo in un “fai da te” che può andare bene nelle situazioni inusuali ma che non può diventare la regola.
PeaceLink sulla Gazzetta del Mezzogiorno


Occorre poi che la gente sappia cosa sta succedendo e riceva una chiara informazione. Accade invece che non poche volte vigili urbani, vigili del fuoco, carabinieri e polizia non siano in grado di rispondere alle telefonate dei cittadini, dimostrando una disorganizzazione e impreparazione di cui in genere non portano colpa gli operatori telefonici. Non solo: l’Arpa a volte non viene neppure avvisata, gli assessorati all’ambiente vengono allertati per ultimi o apprendono le cose dalle Tv locali, gli operatori al centralino non danno informazioni omogenee o non ne danno proprio. E’ una babele che non rassicura. Non garantisce la sicurezza di una città per legge rientra nella categoria dei territori “ad alto rischio di crisi ambientale”.

Per questo motivo PeaceLink chiede al Prefetto di Taranto come mai in simili casi non attiva, come dovrebbe, il “livello 1” del piano di emergenza.

La procedura, in caso di accensione delle torce della raffineria Eni, prevede obbligatoriamente

- che l’azienda informi la Prefettura dell’accaduto e

- che il Prefetto dia attivazione al primo livello del piano di emergenza e di protezione civile.

Tale procedura permetterebbe il coordinamento e la chiara informazione di tutti gli enti preposti alla sicurezza, alla tutela dell’ambiente e della salute. Non solo: verrebbe diramata al pubblico e ai mezzi di informazione una attendibile, tempestiva e esauriente descrizione delle cause dell’evento, il livello di gravità e il tipo di eventuali precauzioni da adottare.

Dato che tutto ciò è previsto dal piano di emergenza, chiediamo al prefetto: perché non ritiene di fare tutto questo quando ad esempio si accende la torcia della raffineria?

Gli sms e i social network ci hanno abituato ai passaparola fra amici e fra associazioni. Ma per una città ad alto rischio ambientale occorrerebbe qualcosa di più del "passaparola" alla Facebook.

Alessandro Marescotti

Presidente di PeaceLink

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