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Viaggio tra i pensieri della famiglia Fornaro, rovinata dalla diossina che ha contaminato la masseria

Quel luccichio negli occhi…

Nonostante il tempo col suo scorrere getti sempre più ombre sul futuro degli allevatori di Taranto, nella masseria Carmine la speranza resta viva, così come la voglia di rimettersi in piedi e riprendersi ciò che è stato tolto con violenza e continuare ad investire sul futuro.


19 ottobre 2009 - Mariangela Franco

Ad un anno dal vincolo sanitario mi rendo conto che nulla è mutato se non il continuo bisogno di “darsi tempo” per cercare di migliorare la qualità delle giornate, ormai troppo obese di pensieri, preoccupazioni e risentimenti. Un buon modo per contravvenire a questa deriva, tra l’altro non molto costoso e con la possibilità di risultati a breve termine, è dedicarsi alla lettura e alla ricerca continua di notizie che possano in qualche modo fornire uno spiraglio nuovo sulla mattanza che il 10 dicembre scorso ha seminato il terrore e la disperazione nella masseria Carmine.
Fornirsi di giornali ogni giorno, con un occhio particolare verso le testate locali, ha la capacità di decongestionare il tempo, di acquietare la ricerca di possibili soluzioni, di nuove direzioni ancora non intraprese, e di sintonizzarsi con la realtà in modo lucido, in modo concreto.
Perché la speranza degli allevatori non invecchia col tempo che passa, questa speranza non ha rughe, anzi continua a crescere nell’attesa di rivedere la propria terra rinascere e l’ingiustizia subita ripagata con la gioia di quel lavoro che per secoli è stato sostegno e sicurezza per il futuro. Angelo Fornaro

E’ difficile descrivere l’ansia e l’attesa che aleggiano nella masseria Carmine quando ci si appresta a leggere un giornale, ad ascoltare un notiziario, quando in televisione politici e giornalisti di vario livello e spessore, decantano la salvaguardia della salute, dell’ambiente e del lavoro, come fosse il ritornello di una canzone che non conosce note conclusive, ma continua a riempire strade, piazze, rioni, quartieri, campagne fino a perforare le orecchie di ogni singolo abitante.
Da un anno Vincenzo Fornaro continua a dividersi tra interviste, convegni, incontri, per portare avanti la propria storia, la propria realtà, il proprio impegno, la voglia di combattere una battaglia che sembra non giungere mai a una svolta, con la consapevolezza che non tutti ti stringeranno la mano e incroceranno volentieri il tuo sguardo.
Si inizia a sentire l’inutilità di un anno speso a far sentire la propria voce, a far rispettare e considerare i propri diritti di cittadini e di lavoratori, perché il lavoro in quanto risorsa e dignità dell’uomo onesto, deve essere rispettato in ogni sua forma ma la Costituzione italiana davanti a certi interessi sembra non valere nulla, un libro come ogni altro libro.

Viviamo in un mondo disincantato e per molti aspetti arido, predatore, nel quale finchè non si decide di agire per il bene comune, non si può che sentirsi fuori posto.
I politici, gli imprenditori agiscono secondo i loro interessi, si arricchiscono e a noi non restano che le parole, sfilate di parole che a distanza di un anno ancora ci obbligano al silenzio, parole che sul volto di don Angelo Fornaro luccicano, parole che oggi non hanno più senso perché sono sole, più sole di chi le subisce, parole che sanno solo strozzarsi in gola.
Il rispetto per l’ambiente, così come il rispetto per la gente vanno di pari passo e seguendo la famiglia Fornaro mi rendo conto sempre di più che tra le tante motivazioni a tale atteggiamento, un’ultima, profonda riflessione va alla capacità tutta umana di vivere nel rispetto di chi non c’è più, delle generazioni passate, e di chi non c’è ancora, le generazioni future.

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