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Debiti pagati: Taranto fuori dal tunnel

Spese folli e regali. Poi minacce e l'arrivo dei liquidatori. Tre anni dopo, l'incubo è finito. Ora tocca al Comune
Carmine Festa
Fonte: Corriere del Mezzogiorno - 11 gennaio 2010

Da sabato Taranto è tecnicamente fuori dal dissesto finanziario. Nel senso che se il Comune si metterà al passo con il lavoro svolto dall’Osl (Organo Straordinario di Liquidazione) e risponderà rapidamente ai dubbi che riguardano ancora 1000 pratiche di presunti crediti, l’operazione risanamento delle casse cittadine potrà essere chiusa in trenta giorni con gli ultimi creditori che attendono di poter passare a riscuotere presso la tesoreria comunale.

E’ la luce dopo il tunnel. Un buco nero da 616 milioni di euro (2500 euro di debito sulla testa di ogni tarantino) che i liquidatori hanno ricostruito e pagato (tutto a metà prezzo) affrontando 5876 domande (1871 quelle escluse per insussistenza del debito e 134 quelle finite in cause ancora pendenti) che i creditori hanno presentato dal 2007 a oggi. Il risanamento (la dichiarazione di dissesto risale al 17 ottobre 2006) è avvenuto in tre anni. Un tempo record. Mario Pazzaglia
Mario PazzagliaMario Pazzaglia, 74 anni, quattro figli e sei nipoti, nato a Pesaro, padovano d’adozione con Taranto nel cuore è il presidente dell’Osl tarantina. Gli altri componenti sono Giuseppe Caricati e Franco Gaudiano che ha preso il posto di Francesco Boccia, deputato Pd oggi impegnato nella partita politica delle Regionali pugliesi. Alla fine del suo lavoro Mario Pazzaglia lascerà la città dei due mari con un solo rimpianto: «Non si meravigli — spiega — se le dico che il dissesto è anche una opportunità di rinascita. Uscire dalla crisi è un’operazione che consente all’ente locale di fare pulizia, di cambiare marcia». Dalle espressioni del suo volto si capisce che Taranto questa opportunità non l’ha colta.

La squadra dell’Osl (Michelangelo Nigro e Vincenzo Iannuzzi - dipendenti comunali - Laura Baccaro, Flora Saltalamacchia e Anna Rosa Marzia - coordinatori - più un gruppo di avvocati, commercialisti e due segretari comunali in pensione che lavorano quando c’è la necessità determinata dal flusso delle pratiche da esaminare) ha il suo quartier generale a palazzo Fornaro, a pochi passi dal duomo nella struggente e decadente bellezza della città vecchia. Dal terrazzo la vista è strepitosa: tetti che degradano sul mare. «Ci sistemarono qui — racconta Pazzaglia — perché al secondo piano del municipio non ci volevano più». Donne e uomini dell’Osl rappresentavano i curatori di un fallimento politico e gestionale con il quale Taranto non ha avuto e non ha voglia di fare i conti. Si chiama rimozione. «Il palazzo era bello — continua Pazzaglia — ma ci mancava ogni cosa. Chiedemmo luce elettrica, scrivanie e computer. Dal Comune ci arrivò un preventivo di 70mila euro. Qui abbiamo fatto funzionare tutto spendendo 6500 euro».

Ecco l’andazzo che non finisce, nonostante lo schiaffo forte subito da una città rimasta improvvisamente a luci spente, senza la raccolta rifiuti, con le scuole non riscaldate, le auto pubbliche a secco di carburante e persino con i suoi morti senza sepoltura. L’opportunità chiamata dissesto è scivolata via. Pazzaglia — cognome napoletano a dispetto dell’accento nordico — insiste su questo punto. Prima di essere spedito sui due mari dal sottosegretario Franco Bonato (Rifondazione) si occupava di formazione dei funzionari che avrebbero poi introdotto in Italia la carta d’identità elettronica, quella che somiglia alla tessera bancomat. E prima ancora era stato in Alitalia oltre ad essere stato direttore generale delle Province di Roma e La Spezia. Il capo dell’Osl è anche giornalista pubblicista e non nega titoli a chi li cerca: «Casi clamorosi? Uno. Un creditore con doppia fattura. Una falsa e una gonfiata. Lo abbiamo scoperto». Niente a che vedere con Catania — altra città finita in disgrazia (2008) dopo Taranto — che con il suo sindaco Scapagnini ribattezzato «sciampagnini» offriva consulenze da 24mila euro alla bellissima miss Eritrea. Tema: lo sviluppo industriale della città etnea. Roba da miss, appunto. Taranto è stata meno volgare. Ma cattiva sì, come testimoniano il proiettile recapitato a Francesco Boccia e le due lettere minatorie spedite a Pazzaglia. Una era bruciacchiata. La frase, però, chiara: «Farai la stessa fine».

A Taranto l’operazione-spreco è stata compiuta scientificamente con consulenze mirate e spese pesanti, ma discrete. Tra le eccezioni, il gemellaggio con una piccola città inglese di cui nessuno ricorda più neppure il nome, per il quale la mano pubblica si è lasciata andare a qualche regalia di troppo, tipo pranzi faraonici e ricordini diplomatici costosi. A dispetto della francese Brest, unica vera gemella di Taranto come recita il cartello che dà il benvenuto in città. Ma nella «Taranto da bere» un gemellaggio era come un credito. Non si negava a nessuno. E la città ha saputo essere generosa. Fin troppo. Fino al dissesto.

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