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Lunetta Franco: «E' una Svolta»

La Corte europea con gli ambientalisti. Legambiente: «Ora chi inquina paga»

Una sentenza delinea sul Petrolchimico di Priolo in Sicilia potrebbe avere effetti anche sullo stabilimento di Taranto

15 marzo 2010 - Cesare Bechis
Fonte: Corriere del Mezzogiorno

Chi inquina paghi. Lunetta Franco, presidente del circolo jonico di Legambiente

In Sicilia come in Puglia, a Priolo come a Taranto. È una sentenza dei giorni scorsi emessa dalla Corte europea di giustizia che dà forza agli ambientalisti e delinea un diverso rapporto tra territorio e industrie. La decisione si riferisce al polo petrolchimico di Augusta e Priolo, in Sicilia ma secondo gli ambientalisti è applicabile ovunque, quindi anche a Taranto.

«E’ una sentenza interpretativa utile a sbloccare il risanamento ambientale - sostiene Legambiente - perchè chiarisce che gli operatori del polo petrolchimico possono essere considerati responsabili dell'inquinamento dei suoli e della rada di Augusta anche se non hanno commesso illeciti. Una decisione che sblocca il risanamento ambientale delle 57 aree più inquinate d'Italia».

Tra queste rientra anche l’area industriale di Taranto affollata di aziende siderurgiche, petrolifere, del cemento e inceneritori. «E’ evidente l’interesse di questa sentenza per l’area di Taranto - osserva Lunetta Franco, presidente del circolo ionico della Legambiente, se infatti le fonti dell’inquinamento delle amplissime aree del nostro territorio incluse nel sito di interesse nazionale fossero identificate in maniera incontrovertibile, i responsabili dovrebbero pagare le costosissime bonifiche».

ELEMENTI INQUINANTI - L’agenzia regionale di protezione ambientale da mesi sta lavorando alla tracciabilità degli elementi inquinanti, dalla diossina ai pcb trovati nei terreni e nel latte delle capre, dal benzoapirene al Pm10 monitorato in diversi punti della città e del territorio. Quando sarà stabilito il nesso tra fonte e inquinante la sentenza della corte europea troverà applicazione anche a Taranto. «È dunque ipotizzabile - continua Lunetta Franco - che il giorno in cui avremo piena consapevolezza sia della situazione dell’inquinamento a Taranto sia soprattutto della sua origine scientificamente accertata non sia lontano. Ecco perché, anche alla luce di questa sentenza riteniamo che le aziende industriali tarantine non possano più continuare nella scellerata gestione ambientale che le ha troppo spesso caratterizzate e debbano senza indugio adeguarsi alle normative più restrittive in materia di emissioni».

IL REFERENDUM - La decisione della corte europea trova una sponda proprio a Taranto dove alcuni giorni fa il comitato «Isole Cheradi» e il gruppo dei Riformisti ha presentato la proposta di un referendum basato su due istanze. Una chiede il risarcimento danni da inquinamento attribuendolo a Emilio Riva, titolare dell’Ilva, già condannato in via definitiva per inquinamento; l’altra ne chiede un secondo a tutti i soggetti industriali dell’area ionica coinvolti nel processo di inquinamento dell’ambiente. La sentenza europea fornisce un supporto giuridico alle richieste referendarie. Fino ad oggi, conclude Legambiente, l’unico a pagare le conseguenze è stato il «popolo inquinato» e la responsabilità sociale delle aziende «si misura anche sulla loro disponibilità a intervenire con tempi certi e adeguate risorse umane ed economiche per il risanamento ambientale».

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