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Un mio intervento pubblicato nell'edizione tarantina del Quotidiano di Puglia e Basilicata

Quel processo avvolto nella nebbia

A Taranto ci sentiamo solidali con le vittime dell'amianto che hanno visto la Cassazione giudicare prescritto il reato di disastro per cui erano imputati i vertici dell'Eternit.
27 novembre 2014 - Fulvia Gravame

Nebbia in Val Padana, a Taranto come a Casale Monferrato.

Questa è la sensazione che hanno molti tarantini sul futuro della loro città, dopo ben sei decreti sull’ILVA che non hanno dato sicurezza ai lavoratori sulle prospettive di un impianto vecchio, il tutto in una fase di crisi del mercato dell’acciaio e mentre lo studio SENTIERI 2014 conferma la gravità della situazione sanitaria dell’area SIN Taranto e Statte.

Il processo “Ambiente svenduto”, di cui si è tenuta un’altra udienza preliminare il 21 scorso, rappresenta un punto di svolta sulle responsabilità della politica pugliese, dei referenti istituzionali, compreso il Direttore Generale di un importante organo di controllo, l’ARPA, e dei proprietari e dirigenti dell’ILVA che sono imputati per  reati particolarmente gravi, quali il disastro. Il reato di disastro è un reato di pericolo che punisce la condotta di chi ha creato le condizioni affinché la salute e l’ambiente fossero messi a rischio.  La giurisprudenza della Cassazione considera punibile l’aver creato un pericolo per la pubblica incolumità, senza che si renda necessario dimostrare che si è realizzato un evento dannoso e ciò perché è ben noto l’impatto che determinate attività umane, quali la siderurgia o la produzione dell’amianto, hanno in riferimento ad un elevato numero di soggetti, duecentomila nel SIN Taranto.

Per lo stesso reato di disastro sono stati processati  i vertici dell’Eternit che ha prodotto amianto per decenni a Casale Monferrato ma il 19 novembre è arrivata la decisione della Cassazione che ha dichiarato la prescrizione del reato di disastro, suscitando fortissime proteste e perplessità. Vorrei esprimere la solidarietà di Peacelink ai parenti delle vittime dell’amianto che contavano sulla condanna definitiva che non avrebbe riportato in vita i loro cari ma almeno avrebbe fatto giustizia, quella stessa che ci aspettiamo per la questione ILVA.

Inoltre siamo piombati nella “nebbia” perché gli obiettivi di una condanna penale sono render giustizia, creare deterrenza, scoraggiando il compimento di atti simili per il futuro, ma anche individuare chi pagherà le bonifiche. Il rischio è che la bonifica di Casale Monferrato dovrà essere fatta con risorse pubbliche invece di quelle dei privati colpevoli.

Infatti i familiari hanno sollecitato il Governo a provvedervi urgentemente e hanno incontrato oggi (martedì) il Presidente del Consiglio Renzi. Emerge dunque l’importanza  di individuare chi ha inquinato attraverso la procedura amministrativa prevista dal Codice dell’ambiente, cosa che non è stata ancora fatta a Taranto, nonostante Peacelink lo abbia richiesto all’avv. Pernice del Ministero dell’Ambiente a maggio 2013 e questi alla Provincia.

Alcuni vedono nel disegno di legge n. 1345, approvato all’unanimità alla Camera, e ora al Senato, una soluzione al caso Eternit, ma purtroppo tale disegno di legge introduce il reato di “Disastro ambientale”  che mette a rischio i processi in corso, compreso quello per l’ILVA. Infatti la norma che introduce questo reato è articolata e prevede requisiti difficili da dimostrare come ad esempio “il mutamento irreversibile dell’ecosistema” che è un evento praticamente sconosciuto ai biologi, che forse non è riscontrabile neanche a Chernobyl. Al limite perché non intervenire sulla disciplina della prescrizione come aveva proposto il senatore Casson in un DDL poi congelato del Governo?

Il Parlamento faccia qualcosa per diradare la nebbia della giustizia nella quale siamo piombati dopo la tristissima sentenza Eternit!

Fulvia Gravame   Articolo pubblicato sul Quotidiano di Puglia e Basilicata

Responsabile de nodo di Taranto di Peacelink

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