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    Un'altra Taranto è possibile

    5 agosto 2016 - Giulia Mele

    La fermata dove mi lascia l’autobus è la stessa di quando più di dieci anni fa ci ho messo piede per la prima volta, proprio come identica è la prima immagine che focalizzano i miei occhi: una quieta distesa di blu (qual è il segreto della sua immutata bellezza?). Oltre a questa meraviglia nient’altro però si è mai salvato dall’idea filtrata e stereotipata che ho in modo certosino costruito col tempo, cementificando mattone dopo mattone un muro di pregiudizi e scarso interesse verso una città abbandonata, inevitabilmente condannata al declino, senza speranza alcuna per sé e i suoi abitanti.

    Ma venerdì 29 luglio, al corteo cittadino organizzato da #tuttalamiacittà, non ho visto nessun cadavere ambulante, niente balle di fieno per via D’Aquino, piuttosto le mie orecchie si sono riempite del suono del megafono che di bocca in bocca ha dato voce all’entusiasmo e alla rabbia, delle note di Fido Guido e Rino Gaetano che accompagnavano i passi di una folla radunatasi per riprendersi fisicamente la città, delle risate dei bambini divertiti, del confabulare di ragazzi pieni d’orgoglio schierati in prima fila, delle parole di conforto per chi sta cercando di fare del dolore le radici della propria rinascita.

    Corteo cittadino

    “Taranto è una città che non accetta più che il proprio futuro venga imposto dall’alto, da un governo che si è mostrato incapace di raccogliere le istanze di questo territorio che grida sofferenza e giustizia”: siamo appena all’inizio del corteo e già appare chiaro che qualcosa di nuovo, di diverso sta nascendo e crescendo fra questa gente. Negli ultimi nove martedì in Piazza Garibaldi quest’ultima ha deciso di ricostruire quel senso di comunità che la rassegnazione alla presenza di una mortale industria siderurgica aveva fatto a brandelli e che ora invece un nuovo entusiasmo sta recuperando perché “solo i tarantini possono liberare Taranto [..] solo insieme riusciremo a riprendere in mano le sorti del nostro territorio”.

    Taranto dunque è viva, è una città che resiste, ed è in grado di farlo anche sorridendo, ha l’energia di una creatura appena nata in lotta per sopravvivere alle ostilità del mondo circostante, l’impazienza di un giovane inquieto e insofferente ad una visione della realtà oramai superata, avverte l’impellenza di dare valore alle sue bellezze, la voglia di dimostrare che un’alternativa possibile esiste, che ha gli strumenti per crearla, e che non si arrenderà fino a quando non sarà riuscita a metterla in atto.

    Questa piccola rivoluzione ha aperto una grossa crepa su quel muro che mi è sempre parso ben solido e resistente.

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