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4 novembre 2004 - Giovanni Matichecchia

La legge, evidentemente, non è uguale per tutti. Il riferimento non è all’impegnativa affermazione che è possibile leggere in ogni tribunale. Non uguale per tutti è la legge di riforma dell’assistenza, come è più conosciuta la 328/2000.
Mentre in altre regioni questa legge trova un apparato di servizi e di quadri, in Puglia dobbiamo prendere atto della eruzione legislativa che ne è derivata dettata più dalla necessità di non perdere alcuni finanziamenti nazionali che dalla presenza di un maturo terreno culturale pronto a dare frutti. Nei fatti la legge 17 e lo stesso Piano regionale per le Politiche Sociali rischiano il naufragio appena dopo il varo.
In Puglia abbiamo il grave limite di un settore, quello assistenziale, nelle mani di medici, di scarsamente qualificate figure professionali, quando non addirittura nelle mani di figure amministrative.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Per i Piani di Zona si comincia a registrare una generica curiosità, talvolta un bisogno, ma il giorno della loro realizzazione appare lontano. Per oggi si parla di Piani di Zona fatti in fotocopia. Chi è riuscito a stenderne uno è subito stato imitato a dispetto delle caratterizzazioni territoriali.
E’ gravemente carente l’intervento formativo di dirigenti, quadri e operatori. Né possiamo ritenere sufficiente il pur lodevole intervento di supporto tecnico amministrativo realizzato dal Formez.
Ma il vero problema è rappresentato dalla assenza di qualsiasi indagine socio-epidemiologica.
Sono stati realizzati spesso servizi e prestazioni che rispondevano più alle velleità degli amministratori e di qualche emergente dirigente che ai veri bisogni della gente. Un servizio può essere messo a regime dopo anni di monitoraggio dei bisogni e solo dopo le valutazioni seguite all’intervento. La Puglia denota un rilevante ritardo nell’uno e nell’altro caso.
Ma se tutte queste preoccupazioni fossero prive di fondamento avremmo sempre di fronte il titanico impegno di integrare i servizi.
Se dal Comune di Taranto giunge qualche segnale di impegno, dall’AUSL tarantina registriamo un inspiegabile silenzio. Il rischio è quello di una mancata integrazione a sottolineare la incapacità se non proprio la impossibilità di un processo di integrazione.
Mentre la civica amministrazione deve necessariamente confrontarsi con i bisogni sociali dei cittadini, la macchina sanitaria ha sempre ritenuto residuale ogni aspetto sociale della malattia. Ciò potrebbe spiegare il lento declino dei consultori, la medicalizzazione della tossicodipendenza, la difficoltà di risposta al disagio psichico. La residualità è frutto di un vuoto nella organizzazione e nella direzione degli interventi sociali. Purtroppo questi vuoti stanno per essere riproposti in sede di programmazione (piani attuativi e piani di zona). Il mancato coinvolgimento degli operatori sociali, degli assistenti sociali in primis, rischia di produrre il più grave dei naufragi possibili per il nuovo assetto dei servizi. Con il naufragio delle reti di sicurezza sociale naufragherà anche il progetto di nuova cittadinanza, di partecipazione diffusa, di crescita democratica. Ma forse è questo il malcelato bersaglio dei riformatori gattopardeschi.

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