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Il caso del progetto di riuso delle acque basse dela costa ionica lucana e del metapontino (Basilicata) da destinare all’insediamento industriale ILVA di Taranto

Acque basse da buttare nell'ILVA

Tra gli interventi per contrastare l’emergenza idrica del Mezzogiorno previsti dalla Legge Obiettivo trovano spazio la realizzazione di diverse infrastrutture strategiche considerate di interesse nazionale e di valenza interregionale.
1 novembre 2007
Vito L'Erario (Consigliere Nazionale di Accademia Kronos)

Impianto per il trattamento delle acque Secondo il Quaderno n.2 “Basilicata Sistema Idrico” a cura del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, per arginare i fenomeni di emergenza idrica si necessita una accellerazione di attuazione dei programmi di infrastrutturazione strategica mirata alla realizzazioni di ulteriori opere di accumulo per uso potabile (es. lungo il fiume Noce in Basilicata) al fine di fronteggiare il problema idrico. I progetti, ritenuti fattibili sotto il profilo tecnico ma economicamente onerosi, spesso vengono osteggiati dalle associazioni ambientaliste che giustamente temono sconvolgimenti degli habitat naturali. Un esempio su tutti è l'impedimento della realizzazione della traversa a Cugno del Vescovo sul Basento a causa della presenza della Lontra.

Ma più in particolare, una delle opere previste è l'utilizzo delle cosiddette acque basse - canali di bonifica a valle della S.S. n.106 - attualmente sollevate dalle idrovore per essere scaricate a mare, da destinare all'industria, in particolare per l'ILVA di Taranto, recuperando in questo modo - si legge da Il Quaderno n.2 - le acque di superficie "buttate" a mare.Inoltre si apprende che la Regione Basilicata è impegnata a studiare soluzioni per una revisione strategica degli invasi in esercizio come quello di Monte Cotugno, e in futuro l'invaso di S. Giuliano destinato ad alimentare parte importante dell'arco ionico.

La pratica irrigua e gli usi industriali

In passato era diffusa la forma di irrigazione a scorrimento, pratica che provocava consumi elevati di acqua da parte dei comuni che superavano i 10.000 mc per ettaro l’anno. L’esigenza di comprimere gli usi soprattutto per permettere l’utilizzo industriale delle acque, ha indotto a realizzare impianti di irrigazione a pioggia che ha sortito grandi investimenti economici. Una delle soluzione proposte da il Quaderno n.2 “Basilicata Sistema Idrico” è la riduzione dei consumi attraverso una oculata politica tariffaria rapportata sugli effettivi prelievi di acqua e non in base alla superficie. È il caso di alcuni Consorzi di Bonifica che praticano ancora tariffe per ettaro consumando molta acqua e incassando pochi soldi.

A tal fine il Dipartimento di Protezione Vegetale dell’Università della Basilicata ha determinato i fabbisogni irrigui del comprensorio del metapontino: media 5.548 mc annui per ettaro, una dato eccessivo rispetto ad altri comprensori dell’Italia meridionale.In merito agli schemi comprensoriali dell’arco ionico l’uso delle acque per scopi industriali sono destinati essenzialmente al Senisese, a Policoro e nella Val Basento, quest’ultima area con maggiore fabbisogno a causa dai numerosi insediamenti presenti. Tali disponibilità provengono dagli invasi di Monte Cotugno, Pertusillo e S.Giuliano; dalle traverse Gannano, S. Laura, dell’Agri, del Sauro e del Sarmento, con afflussi di frequenza dell’80%. Mentre le acque derivanti dalle falde del Metapontino hanno afflussi di frequenza del 90%.

Il bilancio idrico

I fattori che incidono sulla quantificazione e la disponibilità di acqua dipendono da circostanze fisiche come le precipitazioni, il clima, suoli e copertura vegetale, e le attività umane intese come costruzioni di opere di accumulo e traverse. Una delle variabili di grande importanza che stabiliscono equilibri idrologici è certamente la presenza di copertura vegetale del suolo, in particolare di boschi, che influiscono notevolmente sul potere assorbente delle acque di caduta, nonché il mantenimento del bilancio idrico attraverso il deflusso minimo vitale per i fiumi e le dighe.

Il contributo delle disponibilità idriche dell’arco ionico della Basilicata è dovuto essenzialmente da acque di sorgenti di superficie, con un apporto ai bilanci idrologici delle acque reflue, basse e di falda. In alcuni casi, come gli invasi del Pertusillo, della Camastra, e di S. Giuliano, le acque di fogna vengono conteggiate nella misurazione dei volumi di acqua di sezione allo sbarramento dei fiumi. Caso particolare per la foce del fiume Sinni ove le acque reflue possono essere utilizzate a valle dell’invaso di Monte Cotugno per gli usi irrigui.

Esistono però proposte di utilizzare acque di fogna della stessa città di Matera, da trattare e stoccare in impianti o nello stesso invaso di S. Giuliano, per contribuire alle carenze di portata del fiume Bradano.Sempre secondo il Quaderno n.2 “Basilicata Sistema Idrico” sono stati redatti indagini e studi delle acque sotterranee limitatamente agli aspetti qualitativi e non quantitativi delle acque di falda. Tali studi condotti nel comprensorio del Consorzio di Bonifica Bradano - Metapontino hanno valutato la potenzialità delle falde che allo stato attuale non presentano danni derivati da intrusione di acqua marina o altro.

Risulta che in passato l'area del matapontino è stata interessata dalla realizzazione di pozzi trivellati dal Consorzio di Bonifica per soddisfare le popolazioni nei mesi di maggiore richiesta, a causa dell'emergenza idrica del 1989. Parallelamente anche i privati per soddisfare le proprie esigenze realizzarono nel tempo ulteriori pozzi non censiti in maniera capillare, a differenza di quelli del Consorzio di Bonifica dove si conosco bene i dati. Assume rilevanza il problema idrico della Puglia affrontato dal documento del Ministero con elementi significativi.

Si legge che negli anni ’90 furono attrezzati circa 25.000 ettari di terreno per l’irrigazione pensando che l’invaso di Monte Cotugno avrebbe potuto fornire acque in abbondanza, tanto che fu progettato un adduttore in parte a cielo aperto e in parte tubato (Sinni irriguo) che avrebbe dovuto convogliare verso gli assetati terreni del Salento. I distretti attrezzati non ricevettero mai l’acqua per l’irrigazione, e molti agricoltori ricorsero all’escavazione di pozzi comportando una vera emergenza, in quanto il prelievo di 120mln di mc di acqua di falda del Salento per alimentare la rete potabile di AQP unitamente alle traenze degli agricoltori sta provocando l’intrusione di acqua marina, preannuncio quindi di un vero disastro ambientale e della conseguenza desertificazione.

La sterilizzazione dei terreni del metapontino

In base allo studio sulla desertificazione affrontato dal progetto Desertnet II della Regione Basilicata e Università degli Studi di Basilicata, coordinato dal prof. Cristos Xiloyannis si legge che “Nell’area del Metapontino, con l'acqua di irrigazione, ( circa 5-6000 m3 di acqua per ettaro) vengono apportati nel suolo elevati quantitativi di sali e di elementi minerali in eccesso rispetto alle necessità nutrizionali delle piante. L'elevato deficit idrico ambientale, la scarsa piovosità, la perdita di fertilità dei suoli, le continue lavorazioni e spesso la scarsa capacità di drenaggio non facilitano il dilavamento degli stessi.”

È facile intuire che quanto affermato nel Quaderno n.2 è contraddittorio ai risultati dello studio Desernet II. La stessa Regione Basilicata documenta che le acque di irrigazione del metapontino emunte dai pozzi hanno percentuali di sali superiori alla norma, che provocano fenomeni di salinizzazione e di alcalinizzazione delle acque e quindi la sterilizzazione dei terreni agricoli.

Quindi non è solo un fenomeno circoscritto al Salento o all’area Dauna della Puglia. Memori di un di un convegno del 2003 sulle acque, svoltosi a Venosa (Pz) e promosso da Accademia Kronos, si segnalò alle autorità presenti il rischio di una accelerazione del processo di desertificazione dovuto alla salinizzazione delle acque per l'irrigazione dei terreni. Nel convegno venne affermato che le acque del mare penetrando profondamente nel sottosuolo della Puglia, a causa della continua minzione da parte di pozzi molti dei quali abusivi, e l'uso indiscriminato comunque delle acque di falda, aveva innescato il processo di salinizzazione delle acque che continuavano ad essere usate dagli agricoltori per irrigare i propri campi.

Infatti le acque prelevate dai pozzi risultavano essere salmastre. Pozzi con acque salmastre sono stati trovati a ben oltre 20 chilometri dalla costa.Un problema che certamente non esime la Regione Basilicata, che invece grazie ai soliti interessi industriali avvalla megaprogetti, ben sapendo che l’area del metapontino è anch’essa interessata a fenomeni di salinizzazione e alcalinizzazione delle cosiddette acque basse buttate a mare.

Il caso del Bosco Pantano di Policoro

Il Bosco di Policoro può essere definito un “habitat” bio-indicatore dello stato di salute della costa ionica metapontina, che, interessata negli anni 50 dalla bonifica agraria, ha subito nel corso degli anni successivi un rapido degrado. Numerose specie di insetti - che hanno reso famoso il Bosco di Policoro, evidenziandone l’eccezionale biodiversità - stanno inesorabilmente scomparendo e con questo evidenziano il degrado o la trasformazione dell’ habitat naturale.

Infatti negli ultimi anni il processo di inaridimento e la fortissima erosione costiera hanno determinato la modifica delle consociazioni vegetali ed animali e la scomparsa di alcuni tratti della duna costiera, anch’essa di eccezionale valenza naturalistica. Se per l’erosione costiera occorrerebbero interventi complessi, che interessano territori vasti, almeno quelli del bacino idrografico del Sinni, per resistere all’inaridimento basterebbe utilizzare i canali di bonifica per re-inumidire, se non proprio allagare, gli habitat così come erano in origine.

E’ necessario - ha denunciato recentemente la OLA, Organizzazione Lucana Ambientalista -conoscere lo stato di salute del bosco, della flora e della fauna di cui si componeva solamente alcuni anni fa e di quella di adesso.I sintomi, purtroppo, sono chiari! Come si può programmare qualsiasi intervento che non vada ad affrontare prioritariamente queste problematiche magari dopo aver definito in modo scientifico le vere cause dell’agonia del bosco?

Perché si spendono tanti soldi pubblici se poi non si riesce a mantenere quello che la natura ci ha lasciato?. Molti cittadini, non solo Policoresi, hanno combattuto anni addietro per sottrarlo alla privatizzazione ed alla speculazione agricolo-edilizia, esercitata anche su aree contestate dal Demanio Pubblico, che avrebbe voluto “valorizzarlo” trasformandolo in campi agricoli e case al mare! Tra gli interventi quello che potrebbe inferire il “colpo mortale” al bosco di Policoro ed all’intero sistema agro-forestale del metapontino c’è il progetto di “riuso delle acque basse del metapontino”.

Concepito per contrastare l’emergenza idrica del Mezzogiorno, questo progetto è previsto dalla Legge Obiettivo quale opera strategica di interesse nazionale e di valenza interregionale per l’insediamento industriale dell’ILVA di Taranto che invece potrebbe reutilizzare le acque reflue attualmente scaricate in mare. Prevede l'utilizzo delle acque dei canali di bonifica a valle della S.S. n.106 - attualmente sollevate dalle idrovore per essere scaricate a mare da destinare ad usi industriali, in particolare per l'ILVA di Taranto, con il prosciugamento completo della falda superficiale della costa ionica già duramente provata a causa del mancato apporto di acqua dai fiumi lucani soprattutto nei mesi estivi. Il bosco di Policoro non può essere propagandato solo come “icona” nei depliants degli alberghi e dell’APT o , in futuro, anche nella propaganda del megavillaggio stile Marinagri che si vuole costruire sul lato destro della foce del fiume Sinni, nel Comune di Rotondella.

Nessuno ci accusi di allarmismo, ma constati di persona quello che può essere definita l’agonia del Bosco Pantano di Policoro. Faccia una bella camminata nel bosco per vedere lo stato in cui versa il biotopo naturale. Tra qualche anno potrebbe essere solo un ammasso di sterpaglie tra gli scheletri dei componenti di una lussureggiante ex foresta planiziaria esposto a non augurabili possibili speculazioni, incuria e incendi. Allora sì potremo chiamarlo il “Pantano dell’indifferenza e dell’omertà”.

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