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Lettera da Taranto a Pecoraro Scanio e ai parlamentari ambientalisti

Attaccano il ministro Pecoraro Scanio per bloccare l'attuazione della direttiva europea IPPC sulla riduzione dell'inquinamento industriale

Ci rendiamo conto che l’attuale strumentalizzazione del “caso Napoli” e l’annunciata mozione di sfiducia contro il Ministro Pecoraro Scanio alla Camera e al Senato, potrebbero incidere ulteriormente sulle vicende generali delle AIA e favorire il reiterato boicottaggio dell’IPPC/AIA.
21 gennaio 2008

Taranto 11 gennaio 2008

ALL’ON. PECORARO SCANIO MINISTRO DELL’AMBIENTE
E
A PARLAMENTARI PIU’ SENSIBILI AI TEMI DELL’AMBIENTE

Oggetto: Applicazione in Italia della Direttiva Europea “IPPC” 61/96/CE
Inquinamento



Signor Ministro e signori Parlamentari,

Vi scriviamo da Taranto, “capitale immorale d’Italia, con il suo buco di bilancio mostruoso, i suoi record di diossina presente nell’aria, il suo mare guasto”, ma anche “forse l’osservatorio privilegiato, il paradigma sociale ed antropologico utile a capire anche ciò che accade nel resto del Paese”, come osserva Christian Raimo nel libro “Il corpo e il sangue d’Italia – Otto inchieste da un paese sconosciuto”, edito da Minimum Fax. Avvertiamo che è in atto un'offensiva delle lobby industriali contro il Ministro Pecoraro Scanio non per “discariche o inceneritori” ma per continuare a boicottare l’applicazione in Italia della Direttiva Europea “IPPC” 61/96/CE. Vi scriviamo allarmati di questa operazione sotterranea di cui l'opinione pubblica non è al corrente e che porterebbe all’affossamento anche del grande lavoro che noi stiamo facendo nei confronti dell’apparato industriale di Taranto per il rispetto della Direttiva.

Nel mese di agosto e poi a settembre ed ancora a dicembre 2007 abbiamo inviato al Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare “osservazioni del pubblico” sulla domanda di AIA - Autorizzazione Integrata Ambientale presentata da Ilva SpA per lo stabilimento di Taranto. Tali “osservazioni” fanno parte della documentazione pubblicata nel sito del Ministero, sezione AIA. Il Ministero ci ha assicurato che “anche ammesso per assurdo che neanche uno dei firmatari (delle osservazioni) sia una persona fisica o giuridica qualificabile quale soggetto interessato, rimarrebbe la facoltà per il Ministero di considerare quali valide nel merito le osservazioni fatte e tenerne conseguentemente conto”.

L’insieme delle “osservazioni” di agosto, settembre e dicembre, pongono all’attenzione dell’ “autorità giudicante” una quantità di inesattezze, omissioni ed inadempienze del Gestore rispetto alle norme in vigore e segnatamente i D. Lgs 59/2005 e 152/2006 e quelle sulla sicurezza delle fabbriche e nelle fabbriche, tanto rilevanti da rendere problematico per chiunque emettere la concessione di AIA ad un’Ilva non “risanata” rispetto alle “osservazioni” di cui sopra. E’ appena il caso di sottolineare che qui abbiamo usato eufemismi che difficilmente ci dovrebbero procurare altre denunce da parte di Ilva Spa, come quella già arrivataci per “procurato allarme”, per avere diffuso dati stimati sul “mercurio” emesso da Ilva utilizzando i dati comunicati proprio da Ilva all’Inventario Nazionale delle Emissioni e delle Sorgenti.

Perfettamente consapevoli della pesante situazione gravida di conseguenze per Taranto e per l’intero Paese, nell’agosto 2007 abbiamo chiesto che per l’Ilva di Taranto si applicasse il comma 20 dell’art. 5 del D. Lgs. 59/2005 che sembra disegnato proprio per il nostro caso e che riportiamo integralmente, per attestarne l’indiscutibile attualità e per comodità di consultazione.

“In considerazione del particolare e rilevante impatto ambientale, della complessità e del preminente interesse nazionale dell’impianto, nel rispetto delle disposizioni del presente decreto, possono essere conclusi, di intesa tra lo Stato, le regioni, le province e i comuni territorialmente competenti e i gestori, specifici accordi, al fine di garantire, in conformità con gli interessi fondamentali della collettività, l’armonizzazione tra lo sviluppo del sistema produttivo nazionale, le politiche del territorio e le strategie aziendali. In tali casi, l’autorità competente, fatto comunque salvo quanto previsto al comma 18, assicura il necessario coordinamento tra l’attuazione dell’accordo e la procedura di rilascio dell’autorizzazione integrata ambientale. Nei casi disciplinati dal presente comma il termine di centocinquanta giorni di cui al comma 12 è sostituito dal termine di trecento giorni.”

Nel mese di settembre 2007, abbiamo ripetuto tale richiesta: “Attualmente, per affrontare le criticità della situazione, riteniamo che l’adozione della linea del già citato comma 20 sia risolutiva. In tal modo lo Stato, insieme a Regione, Provincia e Comuni interessati, ridiventerà coprotagonista della siderurgia tarantina con la Proprietà privata che dovrà precisare strategie e piani e firmare un impegno solenne, immodificabile e garantito. Per tutto questo contiamo sul deciso intervento dell’Alta Autorità politica del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare.”
Preoccupati per le inerzie del sistema e soprattutto per la salute dei cittadini e la sicurezza dei lavoratori, insieme ad altre 27 organizzazioni territoriali abbiamo inviato al Presidente della Repubblica una PETIZIONE, centrata sull’urgenza del miglioramento dell’inquinamento ambientale nella città di Taranto, originato in larga misura dallo stabilimento siderurgico di Ilva SpA, e, soprattutto, sulle annose inadempienze di Parlamento, Governo, Ministeri ed Organismi di controllo in merito all’applicazione in Italia della direttiva europea 61/96/CE relativa alla prevenzione e riduzione integrate dell’inquinamento.

Di contro, le sotterranee resistenze ed influenze dei “poteri forti” hanno ottenuto una moratoria di altri cinque mesi con il Decreto Legge n. 180 del 30 ottobre 2007, recante la risibile motivazione di "straordinaria necessità ed urgenza di prorogare il termine massimo di legge che le amministrazioni competenti devono assegnare per l'attuazione delle prescrizioni dell'autorizzazione integrata ambientale negli impianti esistenti per i quali tale autorizzazione è concessa". E questo dopo che erano trascorsi ben 11 anni dall'emanazione della Direttiva europea 61/96/CE che fissava quel termine massimo proprio per il 30 ottobre 2007. Intanto contro l’Italia è partita la procedura di infrazione.

La Direttiva 61/96/CE è lo strumento cardine europeo per realizzare la riduzione complessiva e integrata dell’inquinamento ambientale e riguarda anche la riduzione dei consumi, l’efficienza dell’uso dell’energia e delle materie prime e “le misure necessarie per prevenire gli incidenti e limitarne le conseguenze”. Alla scadenza dei termini fissati dall’Europa, in Italia non era stata concessa nessuna AIA dall’autorità centrale e solo qualcuna dall’autorità regionale, a dimostrazione del disinteresse nel nostro Paese per le politiche ambientali, che vede accomunati legislatori distratti, strutture ministeriali ostili, organismi tecnici conniventi ed imprese avide, tutti interessati a mantenere lo statu quo.

Per 11 anni in Italia è mancata la volontà politica a perseguire la riduzione dell’inquinamento ambientale, anzi sono state assecondate le sotterranee richieste del mondo delle imprese che rifiutavano l’onere degli investimenti indotti dalla direttiva IPPC, al contrario di quanto avveniva negli altri paesi europei. La cronistoria della vicenda della prevenzione e riduzione dell’inquinamento è la cronistoria dell’abile mistificazione pilotata da soggetti molto interessati, favorita dal diffuso distacco per le sorti dell’industria italiana, produttrice di ricchezza ma anche, finora, di ingiurie per l’ambiente, per la salute dei cittadini e per la sicurezza dei lavoratori.

Lo scempio generale dell'AIA/IPPC è un inconfutabile atto d'accusa ai "decisori politici" ed alla intera classe dirigente di questo Paese. Parlamento, Governo, Organi di controllo, Amministrazioni centrali e periferiche, forze economiche e sociali, sono stati apatici spettatori di un reale boicottaggio. Hanno agito, o non agito, nel più assoluto disinteresse per i cittadini, nel silenzio pressochè totale dei parlamentari, della grande stampa e delle grandi associazioni ambientaliste.

Si può essere orgogliosi di essere cittadini di un Paese dove accadono queste cose? Si può accettare l'ipocrisia di quanti hanno mostrato rammarico per la morte di quei poveri lavoratori di Torino? Se per la ThyssenKrupp avessero fatta in tempo, come le norme europee ed italiane imponevano, una seria istruttoria IPPC per la concessione dell'AIA, che comportava obbligatoriamente la severa verifica delle condizioni di sicurezza in quello stabilimento, forse quei 7 padri, mariti e figli oggi sarebbero con i loro cari. In quanti hanno capito di essere corresponsabili di quelle morti?

A Taranto le morti bianche sono frequenti e, Dio non voglia, può accadere un disastro analogo a quello dello stabilimento ThyssenKrupp di Torino, per condizioni di sicurezza inadeguate rilevate anche da una Commissione ministeriale il cui rapporto è "sparito" dal sito AIA del Ministero dell’ambiente, “sparizione” segnalata al Ministero stesso e alla Commissione Senatoriale di indagine sulle morti bianche.

Nella nostra atmosfera, nel nostro mare continuano, intanto, ad essere immesse quantità enormi di terribili inquinanti, contaminanti di origine antropica, senza che ci sia un serio, vero progetto per il loro contenimento.
Per chissà quali resistenze interne ed esterne, il Ministro non ha ancora deciso di adottare il percorso fissato dalla legge nel “comma 20 dell’art. 5 del D. Lgs. 59/2005”; nel contempo sappiamo che ancora non è partita la cosiddetta “istruttoria IPPC” per l’AIA dello stabilimento Ilva di Taranto.

Che cosa si ha in animo di fare entro il 31 marzo 2008, termine ultimo perché le aziende siano in possesso di AIA?. Non è né pensabile né auspicabile che qualcuno possa ordinare all’Ilva di fermare gli impianti perché privi di AIA, oltretutto la questione investe la gran parte di imprese italiane. Nel contempo, però, non si può più accettare che le imprese continuino ad esercire gli impianti senza effettivi ed efficaci impegni per ridurre l’impatto ambientale, mentre i cittadini continueranno a subire inermi e i responsabili di questo scempio continueranno a disinteressarsi della salute delle persone, della sicurezza dei lavoratori ed anche delle sanzioni che la Corte di Giustizia europea potrà comminare, consapevoli che nessuno li chiamerà a rispondere di “danno allo Stato”.

Ci rendiamo conto che l’attuale strumentalizzazione del “caso Napoli” e l’annunciata mozione di sfiducia contro il Ministro Pecoraro Scanio alla Camera e al Senato, potrebbero incidere ulteriormente sulle vicende generali delle AIA e favorire il reiterato boicottaggio dell’IPPC/AIA.

Occorre pertanto effettuare delle scelte di chiarezza che inducano i molti "squali" a uscire finalmente allo scoperto. L’avvio potrebbe partire dalla decisione immediata del Ministro Pecoraro Scanio di seguire, in ossequio alle leggi e cominciando dal caso di Taranto/Ilva, il percorso del comma 20 dell’art. 5 del D. Lgs. 59/2005.

Serve un deciso cambiamento di rotta sulle gravi inadempienze generali che interessano l’Italia intera, che sia anche una risposta alle aspettative dei cittadini rigorosi e combattivi e sempre più numerosi. A Taranto, comunque, continueremo a fare il nostro sacrosanto dovere di denuncia e sollecitazione per il bene comune della salute e della sicurezza presso parlamentari, ministri, autorità regionali e locali, stampa e televisione, arrivando finanche ad interessare il Commissario europeo all’ambiente e quello alla concorrenza se le Istituzioni nazionali rimarranno inerti o paralizzate.

Chiudiamo informandoVi che due giorni fa abbiamo inviato una raccomandata A.R. alla PARMALAT SpA, perché, sul latte conferito alla Centrale del latte di Taranto, di cui è proprietaria con il marchio FIORE, effettui immediatamente e renda pubblici almeno gli stessi autocontrolli che vengono fatti nella Centrale del latte di Brescia relativamente a diossina e PCB. I prelievi vanno eseguiti da personale di ARPA Puglia e gli esami, a spese di Parmalat SpA, presso laboratori certificati. Andranno presi i provvedimenti cautelativi che scaturiranno dai risultati delle analisi. Oltre alla diossina rilevata nelle emissioni in atmosfera, a Taranto preoccupa anche la circostanza che qui, nel corso degli anni, è arrivato, per usi industriali, il 90 % della produzione di PCB/apirolio prodotto dalla Caffaro di Brescia, proprio la città dove è esploso di recente il caso del “latte alla diossina e PCB”.
Distinti saluti.

Per il “Comitato per Taranto”

Biagio De Marzo, Salvatore De Rosa, Giulio Farella, Alessandro Marescotti, Antonietta Podda

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