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Governo in crisi e probabile voto anticipato non giocano a favore della causa tarantina: il Tavolo Istituzionale rischia il naufragio

Taranto, che succede se cade il Governo?

Il risanamento e il rilancio economico post dissesto potrebbero subire un brusco stop dalle conseguenze irrimediabili. Taranto soffrirebbe doppiamente gli effetti di un eventuale voto anticipato: Il piano industriale dell’Arsenale franerebbe sul nascere. Senza dimenticare i Boc e la mediazione con la banca
23 gennaio 2008
Angelo Di Leo
Fonte: Corriere del Giorno

- Cominciamo da quell’impegno trasversale dei parlamentari che lo stesso Enrico Letta, sabato scorso, in prefettura, ha pubblicamente riconosciuto davanti alla città «modello». Il voto politico anticipato farebbe naufragare ogni tentativo - riuscito o mal riuscito che sia - di condivisione programmatica tra chi a Roma rappresenta il dramma economico di Taranto.

Detto ciò, il resto viene da sè. E cade a pioggia, come un tempo i finanziamenti da Palazzo Chigi. Questa crisi di Governo, la possibile sfiducia a Prodi, la sua imminente salita al Quirinale e l’altissima probabilità che si voti in primavera non rappresentano buone notizie.

Non lo sono - doppiamente - per Taranto. Al di là delle ragioni di un tifo accecante che, da una parte e dall’altra, consente a questo o a quel partito di applicare il proprio interesse in funzione del periodo e della congiuntura. Ma referendum, sbarramento e accordo elettorale sono temi lontani dalla realtà economica tarantina, deturpata e dissestata. A Taranto, che il governo si chiami Prodi o Berlusconi, le elezioni anticipate rischiano di rallentare il cammino - di per sè impervio - verso il risanamento e lo sviluppo. La fase due, ovvero progettazione, diversificazione e semplificazione delle procedure economico-produttive - dev’essere avviata mentre la città salda il suo debito con i creditori e attende altri fondi da un Governo che di euro, prima di Natale, ne ha già inviati parecchi. Al di là della legge e delle attese. Il voto anticipato rallenta e in alcuni casi annienta.

A cominciare dal Tavolo Istituzionale, che nel 2007 si è riunito ventidue volte parlando di Arsenale, cassa integrazione dell’indotto appalto, ammortizzatori sociali e ricollocazione dei precari municipali. Il Tavolo, quindi. Il parlamentino della ripresa ionica. L’assemblea permanente interministeriale che all’ordine del giorno, dal 20 gennaio 2007, ha solo un punto: Taranto. Quella che segue è la breve e preoccupante rassegna delle ferite che un’eventuale vacatio parlamentare potrebbe provocare alla città, in attesa di un nuovo governo nel pieno delle sue funzioni.

Appena un anno fa il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri assegnava i posti, indicando ministeri e strutture ritenute idonee alla causa tarantina: Enrico Letta quale tutor politico- governativo, Boccia coordinatore, prefetto chiamato a presiedere (ieri Alecci, oggi Pironti) e poi i ministeri Interno, Difesa, Giustizia, Lavoro, Tesoro; quindi Enti Locali, Regione e parti sociali. Un Paese piegato sulle conseguenze del dissesto di Taranto.

Un Tavolo ancora a metà dell’opera, che ha spinto sulla via del risanamento; ha affrontato il nodo Arsenale; ha chiuso a quota sei milioni e mezzo la partita dei finanziamenti per l’indotto (Comune e Arsenale, appunto) è ed all’opera con Italia Lavoro per la ricollocazione degli esuberi (vedi accordo per le pulizie municipali). Un Tavolo che in via Veneto si avvale della preziosa e concreta collaborazione di un tarantino doc, l’ex sindaco e senatore Giovanni Battafarano, il cui ruolo salterebbe nel caso in cui Damiano dovesse lasciare il dicastero del Lavoro. Prezioso riferimento politico e tecnico che la città, quindi, perderebbe se l’assetto cambiasse.

Il Tavolo, inoltre, deve ancora produrre gli atti più attesi, sul lungo periodo. Il Parlamento sciolto segnerebbe però la sua fine politica. E l’intero anno rischierebbe di trascorrere invano, in attesa di una sua ricostituzione formale e sostanziale. La politica ha i suoi tempi, che non coincidono sempre con le scadenze dei cittadini.

L’Osl è stata nominata da Napolitano. Il suo lavoro prescinde dal Governo. A presiedere, però, c’è Francesco Boccia che a Palazzo Chigi è a capo del Dipartimento Economico. La città ha già sperimentato l’opportunità di questo doppio incarico: 128 milioni iscritti in Finanziaria e liquidati nei tempi previsti. E quasi del tutto spesi. Per la parte restante (28 milioni) l’Osl ha già ottenuto una proroga per il 2008. Inutile girarci attorno: se il capo dei liquidatori del dissesto tarantino dovesse uscire da Palazzo Chigi, qualcosa nei rapporti con l’esecutivo romano cambierebbe. Se non altro in termini di comunicazione e celerità delle procedure.

C’è dell’altro: la possibile tranche di 30 milioni ulteriori data in arrivo per marzo. Anche qui, lecito immaginarsi un ritardo o addirittura l’annullamento del bonifico sul quale, da tempo, Osl e parlamentari stanno lavorando nel più stretto riserbo. Ma anche la burocrazia ha i suoi tempi e se la politica annaspa.. quei tempi solitamente si dilatano, ammesso che un governo di tecnici o una gestione ordinaria - in attesa del probabile voto - confermi l’arrivo di altri euro nelle casse dell’Osl, in soccorso di Taranto.

«Chiederemo una mano a Prodi... ho già parlato con i ministri di Rifondazione.. diremo al Governo che i tarantini non devono pagare i debiti che non hanno voluto contrarre...». Stefàno lo ha ripetuto più volte. Con Banca Opi si deve trattare la dilazione delle rate Boc, spalmandole su cinquanta anni. Per raddoppiare il periodo di restituzione, magari blindando la quota interessi. Una transazione politica, che al Comune ritengono possibile anche grazie alla mediazione “opportuna” del Governo con Banca Intesa, che intanto ha inglobato Banca Opi. Se la trattativa non dovesse andare in porto, il Comune - oggettivamente impossibilitato ad onorare il debito alle attuali condizioni - si avvierebbe al secondo dissesto.

Anche qui, la crisi e l’eventuale scioglimento del Parlamento rappresenterebbero più di un problema. Non c’è interesse di partito che tenga di fronte allo scenario che si va prefigurando: dotazione finanziaria di 15 milioni a copertura del 2008 e 7 milioni per le ristrutturazioni. É il minimo garantito per la sopravvivenza. Entro febbraio, però, il Governo dovrà presentare il piano industriale. In caso contrario, le strutture dell’Arsenale sarebbero destinate al progressivo deterioramento. Conseguenza a lungo termine: lenta agonia delle officine. Un nuovo piano industriale potrebbe assicurare il rilancio, preservando lavoro, storia, tradizione, economia, prestigio e peso strategico.

Ovvero quanto - tra le altre cose in elenco - rischia di essere sacrificato sull’altare degli scandali Udeur e delle opportunità di molti partiti (quasi tutti) di tornare alle urne con una legge che non consente agli elettori di poter scegliere. Ma al contrario, garantisce l’elezione di quei deputati incerti sul consenso dei loro stessi familiari.

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