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Morti Bianche, inchieste al capolinea

7 avvisi di garanzia per il drammatico decesso dell’operaio Antonio Mingolla avvenuto 2 anni fa all’Ilva, mentre in 23 rischiano il processo per un altro gravissimo infortunio mortale. 36 ore di sciopero: La risposta di Fim-Fiom-Uilm all’infortunio del 1° maggio. L’Ugl presenterà un esposto-denuncia.
3 maggio 2008
Fonte: Corriere del Giorno

Morti Bianche L’inchiesta sull’ennesima morte bianca all’ILVA che il 18 aprile del 2006 vide come vittima il povero Antonio Mingolla non ha più nulla da scoprire. Valutata la dinamica del terribile infortunio, preso atto del responso dell’esame autoptico e delle dichiarazioni rese da persone informate sui fatti, il pubblico ministero inquirente dott. Italo Pesiri ha chiuso il proprio lavoro firmando i canonici avvisi di garanzia che segnano la conclusione delle indagini.

“Avvisi” che vedono come destinatari sette soggetti i quali, a giudizio degli inquirenti, avrebbero avuto precise responsabilità per quanto accaduto. Si tratta del 73enne Canzio Bueloni, amministratore unico della ditta “CMT”, quella per cui lavorava la vittima; del 44enne Giorgio Arvigo, responsabile dell’unità operativa di Taranto della “CMT”; del 51enne Alfredo De Lucreziis, tecnico d’area energia manutenzione meccanica dello stabilimento ILVA; del 43enne Antonio Assentato, capo cantiere preposto della ditta “CMT”; del 67enne Piero Mantovani, titolare della società “SMI sas”, ditta subappaltatrice della “CMT”; del 52enne Angelo Lalinga, responsabile di produzione, distribuzione e trattamento acque, soffiaggio vapore aria e gas dell’ILVA; del 46enne Mario Abbattista, capo reparto energia, vapore, aria e gas dell’ILVA.

Stando a quanto viene contestato dal dott. Pesiri , ognuno di essi (a seconda dei rispettivi ruoli) avrebbe contribuito a cagionare la morte del povero Mingolla, che oltre a non esser stato debitamente informato sui rischi che l’attività demandatagli poteva comportare, avrebbe ricevuto dispositivi di sicurezza risultati inidonei. Alla luce di quanto emerse dall’esame autoptico effettuato all’indomani della tragedia dal medico legale dott. Marcello Chironi, lo sfortunato operaio perse la vita per l’inalazione di ossido di carbonio.

Già, le ragioni della morte furono individuate nell’azione del gas, un’azione che non lasciò scampo a quell’uomo di 47 anni che stava effettuando un’operazione tutt’altro che complessa. Stando a quanto sostenuto da alcuni testimoni, al momento del fatto la sfortunata vittima indossava la maschera che sarebbe dovuta servire per poter portare a termine quel tipo di attività. Un particolare che, all’epoca, non fece altro che infittire il mistero sulla morte di Mingolla. E fu per questo motivo che furono disposte verifiche sulle stesse mascherine fornite in dotazione agli operai anche perchè appariva quantomai evidente che le protezioni non avessero svolto un’efficace filtro capace di scongiurare il “passaggio” dell’ossido di carbonio.

Un’impressione che poi è stata confermata dagli esiti delle indagini. Del resto, sin da subito nel sangue del povero Mingolla fu rilevata presenza di gas in quantitativi estremamente elevati e sicuramente in grado di poter stroncare la vita dello stesso operaio. Un epilogo tragico, che però, come sostenuto nel capo d’imputazione, si poteva e doveva evitare. Adesso, una volta raggiunti dalle informazioni di garanzia, i sette indagati hanno a disposizione circa tre settimane per tentare di fornire chiarimenti e cercare di ridimensionare gli indizi che per il momento li hanno fatti finire sotto accusa. Nel ricordare che teatro dell’episodio fu l’Area AFO 1 dell’Ilva, c’è da aggiungere che il bilancio dell’incidente dell’aprile del 2006 sarebbe potuto esser più grave.

E questo perchè altri due operai, che si trovavano nelle vicinanze di Mingolla in occasione dell’infortunio, nel tentativo di soccorrerlo accusarono un principio di intossicazione dovuto proprio agli effetti del gas che stavano inalando. Intanto, martedì prossimo un’altra tragica vicenda verificatasi sempre all’ILVA (tutto accadde nel settembre di tre anni fa) potrebbe far registrare il suo primo “verdetto”.

Si tratta dell’infortunio in cui perse la vita il giovane operaio Gianluigi Di Leo. Alla luce di quanto sostenuto dalla Procura, a far luce sulle cause alla base del decesso della vittima (all’epoca dei fatti aveva ventiquattro anni) dovrebbe pensarci un regolare processo. Secondo il procuratore dott. Francesco Sebastio (fu lui ad occuparsi delle indagini), ognuno degli inquisiti, e fra questi figurano capiturno, capicantiere, responsabili di reparto, tecnici ed operai, si sarebbe reso protagonista di condotte colpose alla fine risultate capaci di non scongiurare il tragico episodio.

La richiesta di rinvio a giudizio è stata formulata sulla scorta di quanto scaturito dalla ricostruzione della dinamica dell’incidente, una ricostruzione resa possibile anche dai risultati degli accertamenti disposti sui due “carriponte” che, entrati in collisione, provocarono il distacco di una sbarra di ferro che caduta da un’altezza di 15 metri andò ad abbattersi sul dipendente dello stabilimento causando la sua morte. La trave sfondò il cranio del 24enne senza lasciargli scampo. Seppur prestati tempestivamente, a nulla valsero i soccorsi. Le lesioni riportate dallo sfortunatissimo operaio (aveva appena finito il proprio turno di lavoro) furono gravissime e tali da non permettere alcun tipo di intervento risolutore.

Stando a ciò che emerse dalle indagini, il violentissimo impatto fu causato dalla mancanza di un dispositivo che avrebbe dovuto evitare ciò che invece si verificò. Sulla circostanza che a risultare decisiva per la tragedia fu l’assenza del componente anticollisione su uno dei due “carroponte” la Procura non ha mai nutrito grosse perplessità. Secondo il parere dei tecnici che eseguirono approfonditi accertamenti sui macchinari entrati in contatto, sarebbe stata proprio la mancanza del ricevitore di onde elettromagnetiche a “favorire” lo scontro. Una valutazione che, in pratica, ha portato gli inquirenti ad ipotizzare che se il segnalatore fosse stato installato, con molta probabilità, il tremendo urto fra i due macchinari non si sarebbe mai verificato anche perchè, qualora il sistema fosse risultato funzionante, il dispositivo di sicurezza avrebbe rallentato l’arrivo del trasportatore di bramme fino a farlo fermare in prossimità dell’altro.

Il coinvolgimento di ben 23 persone è dovuto al fatto che ognuna di esse non avrebbe posto rimedio ad una situazione che si conosceva e che non poteva rimanere immutata. A complicare la posizione degli inquisiti è anche il particolare legato ad un incidente analogo accaduto pochi giorni prima. In quell’occasione non ci furono danni, ma si trattò ugualmente di uno scontro che avrebbe dovuto rappresentare un chiaro segnale d’allarme per chi lavorava nel reparto. Un segnale che, però, secondo la Procura, non sarebbe stato preso in seria considerazione da chi avrebbe dovuto porre immediatamente un rimedio. Una presunta mancanza che, a giudizio della pubblica accusa, avrebbe spianato la strada all’infortunio che vide come vittima Di Leo.

Trentasei ore di sciopero al reparto Cco/1 dell’Acciaieria n°1 dell’Ilva. Questa è stata la risposta data da Fim, Fiom e Uilm all’azienda nel protestare contro l’infortunio che si è verificato il 1° maggio e che ha coinvolto quattro lavoratori rimasti ustionati mentre effettuavano il colaggio di acciaio dalla siviera nella lingottiera. «Questo ulteriore infortunio, verificatosi in concomitanza con la festa del 1° Maggio a pochi giorni da un altro infortunio mortale, ripropone - ha dichiarato Rocco Palombella, segretario della Uilm - il problema della sicurezza all’interno dell’Ilva in tutta la sua gravità». Secondo Palombella, è inpensabile «continuare ad effettuare lavori così rischiosi senza che ci siano le dovute protezioni».

Al di là delle cause che hanno determinato la fuoriuscita dell’acciaio (una reazione chimica o distacco crostone), di una cosa Palombella è certo: «quella siviera doveva avere una copertura. Questi ulteriori infortuni - aggiunge il segretario della Uilm - sono purtroppo la dimostrazione che sul tema della sicurezza tantissmo rimane ancora da fare» e che i dati pubblicati dall’Ilva, «che dimostrano un netto calo degli infortuni», non devono «indurci ad abbassare il livello di attenzione. L’Ilva - conclude Palombella - deve continuare ad investire in materia di sicurezza, di formazione e individuare le migliori forme di organizzazione del lavoro e delle migliori tecnologie esistenti».

L’Ilva , intanto, dal canto suo ha avviato una inchiesta interna per accertare le cause dell’accaduto e sottolinea, in una nota dell’azienda, che l’incidente «ha avuto una entità lieve. Tant’è che in 3 casi su 4 si è trattato di escoriazioni curabili in 5 giorni, e nel quarto caso di ustioni superficiali curabili in 15 giorni. L’Ilva, che non sottovaluta comunque l’accaduto, - prosegue la nota - pur comprendendo il clima di emotività che l’evento può aver suscitato, invita a una rappresentazione più coerente dell’accaduto, data la sua entità del tutto limitata».

Ma il fatto che la tragedia «sia solo stata sfiorata e che tutto sommato i quattro operai feriti ieri all’Ilva di Taranto se la siano cavata con pochi giorni di guarigione» è, per Aldo Pugliere, segretario regionale della Uil, solo «una parziale consolazione», perché «resta lo spavento che questi lavoratori hanno provato e l’episodio, che di per sé è molto grave». Per Pugliese, che non è tenero nel commentare quanto accaduto il 1° maggio, il problema è «che sull’altare del profitto l’Ilva non guarda in faccia a nessuno, nemmeno al Primo Maggio. L’incidente di giovedì - prosegue il segretario regionale Uil - è dovuto ad un sovraccarico di quantità d’acciaio nella siviera dell’acciaieria, il che la dice lunga sull’organizzazione del lavoro.

Le cosiddette Pos (le Pratiche operative di sicurezza) sono messe sistematicamente da parte per raggiungere il massimo della produzione. E poco importa che sia la Festa del Lavoro». Insomma, per Pugliese non è cambiato nulla: «C’è un problema che riguarda le aziende degli appalti da un lato - afferma Pugliese -, dove siamo di fronte ad una giungla di norme non rispettate, dall’altro ci sono i lavoratori diretti, costretti a operare in una organizzazione del lavoro in cui la questione sicurezza viene messa da parte per puntare a spuntare il massimo del profitti. Ci chiediamo che fine abbia fatto il nucleo operativo della sicurezza, che avrebbe dovuto monitorare 24 ore su 24 il rispetto delle stesse norme di sicurezza, acquisito che questo organismo sa perfettamente che l’azienda ha il triste primato degli infortuni sul lavoro».

Contro questa «intollerabile sequela di incidenti all’Ilva di Taranto» e a fronte «della palese insensibilità dell’azienda », l’Ugl Metalmeccanici di Taranto, di concerto con la segreteria nazionale, sta studiando le problematiche sulla sicurezza dello stabilimento «per poi presentare un esposto denuncia agli organi competenti». A dichiararlo è Daniele Bando, segretario provinciale dell’Ugl Metalmeccanici. «Oramai neanche i ripetuti scioperi - conclude Bando - riescono a scalfire l’indifferenza dell’azienda di fronte agli evidenti livelli d’insicurezza all’interno dello stabilimento per i quali è chiamata ad assumersi le proprie responsabilità. Solo qualche giorno fa, infatti, i lavoratori dell’Ilva avevano incrociato le braccia dopo la morte di un operaio albanese».

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