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Così Taranto muore per l'inquinamento

Forse l´errore più grosso è che Palazzo di Città non guarda alle ciminiere
Dov´è la buona nuova o quella semiseria su cui divagare o scherzare?
8 giugno 2008
Daniele Massari
Fonte: Repubblica

Caro Signor Sindaco,

ILVA di Taranto torno adesso dal funerale di un amico morto di cancro. Io non so se lei, se tra i miei concittadini esiste qualcuno che porta il conto dei funerali a cui ha presenziato, dei parenti o degli amici morti ammazzati non dalle cosche, non dalla Sacra Corona Unita o dalla Mafia o dalla Camorra, ma dall´inquinamento.

Torno adesso ed ho ancora addosso l´odore forte del sudore di mille persone in questa giornata umida in cui sono stato calca e folla attorno a una bara. E non ho il coraggio di guardarmi allo specchio. Allora rivolgo a lei la domanda chi mi martella le tempie, e chissà che prima o poi non mi giunga risposta.

Quanti ancora dovranno morire? Vittime di una guerra silenziosa, schierati come bestie da macellare: così giacciamo in attesa che tocchi a noi, che il Male prenda qualcuno che ci è vicino, per dare nuovamente vita al carosello di disperazione e lacrime cui siamo talmente abituati da liquidare con disprezzo, a tratti indifferenza l´inquietudine di chi, guardando dall´esterno, sgrana gli occhi chiedendosi come sia possibile lasciarsi ammazzare così. Come cani.

Trapassare da vita a ricordo di vita, smarrirsi rapidamente, sommersi dal fluire di una quotidianità fatta di sms e «vasche» in centro, caffè italiani e boutique di serie B, con il Male che è dovunque, e la fonte del male che rimane lì, impunita. Per poi tornare a morire a trent´anni anni, lasciando magari un marito o un figlio piccolo. Morire con una vita davanti, o dietro. Non importa.

Una bara, bianca come quella che ho salutato oggi, che esce dalla chiesa. In tanti stendono le braccia per toccarla, poi portano le dita alla bocca, o si segnano con la croce nel dare un ultimo saluto al feretro. Fuori, ad accompagnare la chiusura del portellone dell´auto su cui viene caricata, una colonna sonora straziata e straziante, le urla dei parenti. Quante volte le ho sentite. Ma quante altre volte ancora dovrò sentirle? Fino a quando ci lasceremo ammazzare così? Fino a quando faremo finta che è un problema che tocca solo gli altri?

Smetteremo, un giorno, di soggiacere al ricatto del Grande Inquinatore, che ci sta seppellendo tutti? Riusciremo a liberarci dalla fanghiglia burocratica che finisce per avviluppare qualunque Amministrazione si insedi a Palazzo di Città? O forse l´errore è che Palazzo di Città non guarda alle ciminiere. Forse il tramonto, dagli uffici di sindaco e assessori, è ancora quella meraviglia che lasciava ammaliato Tommaso Niccolò D´Aquino, tanto da scriverne le Delizie Trentine?

Se è così, scendete in strada e girate l´angolo, guardate verso nord: poco oltre il ponte di pietra, con gli artigli che si stendono verso il cielo e che a guardare la città dal mare coprono in una cappa color ruggine l´aria che tutti respiriamo, c´è la morte.
giornalista

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