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La Puglia guida la corsa alle centrali eoliche off shore

Nei Paesi Bassi l’hanno fatto. E in Italia? Potranno essere i mulini a vento costruiti sul mare ad accelerare lo sviluppo della più conveniente (allo stato attuale) delle fonti rinnovabili, rallentato dal contenzioso sull’impatto paesaggistico delle pale? Il cuore di questo sviluppo eolico off shore — secondo il Kyoto Club — è la Puglia
14 luglio 2008
Antonio Cianciullo
Fonte: Repubblica

Offshore_Wind_Turbine Nei Paesi Bassi l’hanno fatto. A 23 chilometri dalla costa olandese, di fronte a Ijmuiden, è stata costruita la più grande centrale eolica off shore del mondo: 60 turbine da 2 megawatt che forniranno 435 gigawattora l’anno di energia pulita, quanto basta per dare elettricità a 125 mila famiglie risparmiando 225 mila tonnellate di anidride carbonica. E in Italia? Potranno essere i mulini a vento costruiti sul mare ad accelerare lo sviluppo della più conveniente (allo stato attuale) delle fonti rinnovabili, rallentato dal contenzioso sull’impatto paesaggistico delle pale?
A livello europeo le premesse ci sono. La European Wind Energy Association prevede d’installare nel vecchio continente 20/40 mila megawatt eolici off shore entro il 2020. In Italia, secondo il documento presentato dal nostro governo al Parlamento europeo, nel 2020 gli impianti marini forniranno 2 mila megawatt: un quarto di questo potenziale dovrebbe essere realizzato, in base alle proposte già fatte, nei prossimi cinque anni.

«Se valutiamo l’energia che verrà effettivamente prodotta da questi impianti si ottiene un quadro interessante di quello che si può fare non con vaghe promesse ma realmente», calcola Gianni Silvestrini, direttore del Kyoto Club. «Prima che si possa posare la prima pietra di un eventuale reattore nucleare italiano, dal nostro eolico off shore si potrebbe ricavare più di 1 terawattora, e quando la prima centrale nucleare entrerebbe in funzione si potrebbero generare 5 terawattora, cioè l’energia prodotta da una centrale da 700 MW».

Il cuore di questo sviluppo eolico off shore — secondo il quadro delineato dal Kyoto Club — è la Puglia, che ha quasi 3 mila chilometri quadrati utilizzabili a questo scopo; seguono Marche, Sicilia, Sardegna, Abruzzo, Toscana, Emilia Romagna, Molise e Lazio. In tutto circa 12 mila chilometri quadrati di mare in cui sarebbe possibile collocare le pale, anche perché ormai i problemi legati alla profondità dei fondali sono risolvibili creando una piattaforma galleggiante su cui montare le turbine.
Il primo progetto realizzabile in Puglia, a Marina di Chieuti, — si legge nella documentazione presentata al ministero da Trevi Energy — prevede l’installazione di 50 turbine della potenza di 3 megawatt ciascuna, per una capacità complessiva installata di 150 megawatt. Il secondo progetto, a Manfredonia prevede l’installazione di 100 turbine della potenza di 3 megawatt ciascuna, per una capacità complessiva installata di 300 megawatt.

L’ipotesi di costruire una parte significativa del parco eolico a buona distanza dalla costa potrebbe rappresentare un volano importante per il decollo italiano di un’industria che in paesi come la Germania, la Danimarca e la Spagna, comincia a rappresentare una quota importante del settore elettrico (sia in termini di energia prodotta che di posti di lavoro) mentre da noi resta al palo, costretta a una crescita lenta per la scarsa chiarezza nella definizione delle norme di realizzazione.

Ben diverso è il passo olandese, che ha un obiettivo ambizioso: 6 mila megawatt di energia eolica sul mare. La costruzione della centrale Princess Amanda Winf Farm, quella di fronte a Ijmuiden, è interessante anche in termini economici perché mostra l’affidabilità di questi impianti dal punto di vista del fatturato garantito. Il progetto di finanziamento prevede infatti che le banche coinvolte (Dexia, Radobank e Bnp paribas) coprano interamente gli interessi e le rate del finanziamento grazie agli introiti prodotti della centrale, senza ulteriori garanzie da parte degli azionisti

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