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Taranto, «la città non è informata sugli incidenti»

«La tensione verso le questioni ambientali ci sta portando a sottovalutare il rischio derivante dalla pericolosità degli impianti industrial»i. Leo Corvace, del direttivo regionale Legambiente, punta il dito contro gli «incidenti che si stanno susseguendo in tempi sempre più stretti»
26 settembre 2008
Maria Rosaria Gigante
Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno

- TARANTO - «La tensione verso le questioni ambientali ci sta portando a sottovalutare il rischio derivante dalla pericolosità degli impianti industriali. Rispetto a quanto accaduto mercoledì scorso nella raffineria Eni, c'è da capire se l’incidente può essere classificabile come rilevante (peraltro il Dipartimento provinciale dell’Arpa attende gli approfondimenti tecnici - ndr) e come tale rientrare nella direttiva Seveso, in base alla quale sarebbero dovute scattare una serie di misure di sicurezza.

Ed in ogni caso, c'è un problema fondamentale: la popolazione non è informata di cosa fare in caso di incidenti. Se l’altro giorno, invece di spirare verso il mare, il vento avesse spirato verso la città, i fumi avrebbero comunque invaso il quartiere Tamburi e la popolazione certamente non avrebbe saputo cosa fare».

Leo Corvace, del direttivo regionale Legambiente, punta il dito contro gli «incidenti che si stanno susseguendo in tempi sempre più stretti » nella grande industria e sulla totale assenza di informativa alla popolazione. L’incidente di mercoledì scorso in raffineria, dove un black-out elettrico ha mandato in blocco gli impianti che per mettersi in sicurezza hanno scaricato in torcia sostanze che hanno prodotto alte fiamme e lunghe colonne di fumo denso e nero, è il terzo in ordine di tempo nell’arco di due anni sempre in raffineria.

E’ lo stesso Corvace a tracciarne un rapido richiamo: «A maggio 2006 ci fu uno sversamento di 30 mila metri cubi di gasolio da un serbatoio che peraltro era il più vicino all’area dove si sarebbe voluto realizzare il rigassificatore. Ad ottobre 2007 si verificò un altro incidente all’impianto di desolforazione Rhu, ora quest’altro». La legge 175 dell’88 (legge Seveso), la 334 del '99, nonché una serie di ulteriori norme, pongono l’o bbl i g o di avere piani di gestione della sicurezza a vari livelli. Quello redatto dalle Prefetture si basa sui piani di emergenza interna ed esterna forniti dalle stesse aziende. «L'ultimo piano - ricorda Corvace - è stato redatto dalla Prefettura a giugno scorso.

C'è, però, un grave problema: la popolazione non solo non è stata consultata, ma non è stata neppure informata. Inoltre, l’Arpa ha denunciato che l’Eni, in particolare per il parco serbatoi, e l’Ilva, per i sistemi antincendio interni, hanno fornito informazioni carenti così come contestato anche da parte del Comitato tecnico regionale. Per questo, secondo l’Arpa, quest’ultimo piano presenta molti limiti e una inesatta valutazione del rischio esterno». Chi informa di un incidente avvenuto e chi valuta il rischio? «In base alle norme, è l’azienda interessata che deve informare tutti, compreso il Comune, e di primo acchito fare una valutazione dell’incidente. Quindi, intervengono gli organi di controllo».

E chi informa dei rischi la popolazione? «Ci sono precise responsabilità da parte del Comune che deve provvedere ad una serie di adempimenti: dalla diffusione di opuscoli ad incontri periodici, dlla diffusione di notizie via Internet alla simulazione di evacuazioni. E comunque il Comune ha l’obbligo di divulgare il contenuto delle schede relative ai rapporti di sicurezza che le aziende devono fornire al Comune stesso. Intanto, un piano sul quale il Comune di Taranto ha cominciato a muoversi è una norma del maggio 2001 che prevede l’elaborazione di un piano delle aree di rischio con la determinazione delle distanze di sicurezza da rispettare nei nuovi insediamenti e conseguente variante urbanistica».

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