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Morti al Petrolchimico, un uomo contro tutti

Dopo quasi 10anni di denunce, indagini e udienze per le morti del petrolchimico, c’è chi al provvedimento di archiaviazione del 3 giugno non intende proprio rassegnarsi e, per questo, ha già presentato ricorso in Cassazione.
10 ottobre 2008
A. Negro & V. Sparviero
Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno

- BARI - È quanto ha deciso una delle persone che in quell’inchiesta archiviata tre mesi fa figuravano tra le parti offese, ritenendo tutt’altro che ipotetico il collegamento tra l’insorgenza delle proprie patologie ed il lavoro svolto presso il petrolchimico di Brindisi, in impianti in cui si lavorava cloruro di vinile monomero (Cvm) e produceva polivinile di cloruro (Pvc).

Pertanto, potrebbe non esser stata detta ancora l’ultima parola su una vicenda che ha tenuto banco per parecchio tempo nelle aule giudiziarie e che, soprattutto, ha tentato di far luce su una delle pagine più controverse e drammatiche della storia dell’industrializzazione locale mettendo sotto inchiesta il gotha della chimica mondiale, prima di un’archiviazione scaturita fondamentalmente dalla dichiarata impossibilità di provare la sussistenza di un nesso causa-effetto tra il lavoro svolto dalle parti «offese» e le malattie da esse contratte.

Già pochissimi giorni dopo l’archiviazione, il legale di uno degli ex lavoratori del petrolchimico ha presentato il ricorso in Cassazione (Proc. pen. 5778/02), sostenendo tra le altre cose che: «Il Pubblico ministero ed il Gip partono dall’assunto che per sostenere l’accusa in giudizio occorre sapere, in maniera compiuta, che il cloruro di vinile monomero faccia male e provochi delle patologie con effetti epidemici alle persone offese del presente processo». Una tesi cui la difesa dell’ex lavoratore del petrolchimico risponde - nel provvedimento con cui si ricorre in Cassazione - affermando che il punto è un altro: «In quanto non si deve dimostrare la pericolosità del cloruro di vinile monomero, perché essa è stabilita per legge, ma verificare in tutta l’indagine se ai lavoratori del petrolchimico, sia essi diretti dipendenti del petrolchimico che lavoratori all’interno del petrolchimico, fossero applicate le cautele e le disposizioni ordinamentali indicate nel D.p.r. 962 del 1982».

Come dire insomma che - al di là della sussistenza o meno di un nesso di causalità tra il tipo di lavoro svolto e l’insorgenza delle patologia riscontrate nei lavoratori - i titolari delle aziende avrebbero dovuto tener conto del decreto presidenziale del 1982 (il Dpr 962 con cui di fatto fu riconosciuta per legge la pericolosità del cloruro di vinile monomero) ed adottare conseguentemente le precauzioni necessarie a proteggere i lavoratori durante quel tipo di lavorazione. Sotto questo specifico aspetto - per la difesa del brindisino ricorrente presso la Suprema corte - potrebbe non essere significativo neanche l’esito del processo al petrolchimico di Porto Marghera (dove pure si denunciava la pericolosità di Cvm e Pvc) conclusosi alcuni mesi prima dell’inchiesta brindisina con una serie di assoluzioni. «Vengono riportate - si legge nel ricorso in Cassazione contro l’archiaviazione avvenuta a Brindisi - le conclusioni della Corte di Appello di Venezia per il cosiddetto processo al petrolchimico di Porto Marghera ma non si considera che i fatti contestati al petrolchimico di Brindisi si sono verificati sino al novembre del 2000, cioè, in perfetta vigenza del Dpr 962/82».

Ci sarebbe quindi - sempre secondo la tesi del legale che ha presentato ricorso in cassazione - una non trascurabile distinzione temporale, fra il periodo in cui il Cvm è stato nei cicli produttivi di Porto Marghera e quello in cui lo stesso tipo di lavorazione industriale si è svolta a Brindisi. In sostanza, una delle argomentazioni del ricorso ai supremi giudici sembra essere quella secondo cui, in termini di responsabilità, non dovrebbero essere messi sullo stesso piano datori di lavoro che hanno agito quando ancora non era accertata la pericolosità del cloruro di vinile monomero e datori di lavoro che, invece, avrebbero gestito quelle stesse produzioni quando la pericolosità di quella sostanza era ormai scientificamente acclarata e sancita per legge.

Partendo da queste basi pertanto - anche se al momento non è stata ancora fissata la data della prima udienza dinanzi alla Suprema corte - il ricorso presentato dall’ex lavoratore del petrolchimico di Brindisi potrebbe dar luogo ad un nuovo capitolo del lungo contenzioso sui tanti lavoratori dell’industria chimica brindisina ammalatisi e morti nel corso degli anni.

ECCO LE MALATTIE

Cirrosi epatica ed epatopatia cronica sono le più significative patologie riscontrate nell’ex lavoratore brindisino del petrolchimico che ha deciso di presentare ricorso in Cassazione contro l’archiviazione dell’inchiesta sulle morti del petrolchimico, avvenuta nel giugno scorso. Malattie che avrebbero cominciato a manifestarsi già a partire dal 1974, continuando a provocare crisi e ricoveri del malcapitato fino al 2003.

Più nel dettaglio - stando alle certificazioni prodotte dall’operaio brindisino - la diagnosi del primo ricovero fu: «Insufficienza cardio respiratoria in Bronchitico da probabile intossicazione di anidride ftalica. Congiuntivite acuta e dimesso con diagnosi di intossicazione acuta da anidride ftalica».

Nel 1978, però, il lavoratore fu nuovamente costretto a ricorrere alle cure mediche. Ed in questo caso la diagnosi fu: «Sospetta sindrome nefrosica dimesso con diagnosi di cirrosi epatica con iperspelismo e pancitopenia secondaria».

Diagnosi e patologie simili a quelle riscontrate e documentate in diversi altri lavoratori del petrolchimico che, secondo quanto sostenuto dal legale che assiste l’operaio brindisino, avrebbero dovuto indurre i dirigenti di industria «ad adottare tutte le misure idonee ad evitare il danno».

Quando però i casi di queste persone sono diventate oggetto di indagine, non si è riusciti a individuare prove del collegamento tra il lavoro che svolgevano ed i loro mali

UN UOMO SOLO CONTRO TUTTI

BRINDISI - Dal punto di vista giudiziario il «caso» è praticamente chiuso ormai dal giugno scorso.

L’amarezza dei famigliari degli operai del petrolchimico era tutta nelle parole che pronunciarono all’indomani dell’archiviazione: «Ora non avranno più giustizia le decine di operai del Petrolchimico di Brindisi che sono morti per varie forme tumorali».

Fu il giudice per l’udienza preliminare Antonio Sardiello ad archiviare il caso, accogliendo la richiesta avanzata dal pubblico ministero Giuseppe De Nozza: l’ultimo magistrato - in ordine di tempo - ad essersi occupato della delicata questione.

Il processo aperto alla fine degli anni Novanta dal sostituto procuratore Nicola Piacente, nel 2000 portò al sequestro - all’interno del Petrolchimico - dell’area ex Evc, dove si lavoravano Cvm e Pvc: sostanze ritenute cancerogene e in grado di provocare gravissime patologie.

Il giudice, dunque, a giugno ha accolto la tesi della pubblica accusa rigettando le opposizioni delle parti offese alla richiesta di archiviazione, avanzata in sede di conclusione delle indagini il 4 maggio 2004.

«Non c’è nesso di causalità tra patalogie contratte dai lavoratori ed esposizione al cloruro di vinile monomero»: queste le conclusioni a cui giunsero gli inquirenti sulla base di alcune perizie commissionate nel corso degli anni ad esperti del settore.

«Deve pertanto convenirsi - scrisse nella sua decisione il giudice Sardiello -, allo stato, ed in assenza di diversa prova fornita dagli opponenti, sulla infondatezza della notizia di reato con conseguente rigetto delle proposte opposizioni, con derivante archiviazione del presente giudizio e trasmissione degli atti al pubblico ministero».

Sardiello, prima di mettere la parola fine alla vicenda, si era riservato di decidere in ordine alle richieste di opposizione all’archiviazione avanzata nel 2004. In pratica, aveva effettuato tutti gli accertamenti del caso.

Quattro anni dopo l’informazione di garanzia ad una settantina di persone - che furono notificate contestualmente al provvedimento di sequestro dell’area ex Evc - tutti sono stati di fatto prosciolti.

In quel provvedimento i pm (inizialmente erano Paolo Bargero, Emilio Arnesano e infine Giuseppe De Nozza) tracciarono un quadro apocalittico dei danni provocati dal Cvm. Ci fu anche una riunione della Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti con la audizione dei magistrati che stavano indagando.

A Brindisi, in pratica, era scoppiato un secondo caso Marghera. Era stato proprio il pm di Venezia Felice Casson ad imbattersi sui morti del Petrolchimico di Brindisi grazie alla segnalazione di un ex dipendente morto di cancro. Il magistrato aveva dunque trasmesso gli atti alla procura e - in particolare - al sostituto Nicola Piacente che tempestivamente avviò l’inchiesta facendo anche acquisire le cartelle cliniche degli ammalati e delle persone decedute.

Nel provvedimento della Procura di Brindisi si parlava della morte di quattordici dipendenti del Petrolchimico e di un centinaio di operai che avevano subìto lesioni gravi. Tutti avevano avuto contatto con il Cvm. L’ipotesi accusatoria non ha però retto alle ricerche scientifiche che sostengono ci sia un nesso di causalità tra questa sostanza e una sola forma cancerogena: l’angiosarcoma epatico. Una patologia che non rientra tra quelle che hanno portato alla malattia oltre duecento lavoratori del Petrolchimico brindisino.

I legali degli opponenti hanno chiesto supplementi di indagini anche per verificare il nesso di casualità tra le tante sostanze non proprio salubri che vengono lavorate nel Petrolchimico (e con le quali i lavoratori vengono a contatto) e i tumori che hanno ucciso i dipendenti.

Il giudice Sardiello nel rigettare ha spiegato: «In tema di opposizione della persona offesa alla richiesta di archiviazione, il giudice, ai fini della delibazione di ammissibilità può valutare la specificità e pertinenza della richiesta investigativa, con riferimento sia al tema che alla fonte di prova: detta pertinenza e rilevanza dev’essere connotata, oltretutto, nel caso, come quello in esame, da un’efficacia intrinseca interna ed esterna tale da consentire di superare le motivazioni poste dal pm a fondamento della propria richiesta di archiviazione».

Il giudice ha anche ricordato la corte di appello di Venezia modificò la sentenza di primo grado di condanna non riconoscendo il nesso di causalità tra Cvm e forme cancerogene.

Insomma, anche a Brindisi poteva avvenire la stessa cosa in base alle perizie effettuate.

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