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Una legge anti-emissioni, e la Puglia «limita» l'Ilva

La Regione guidata da Rifondazione approva una normativa storica in materia ambientale e di sicurezza sul lavoro. Abbassati radicalmente i limiti di diossina e di altre sostanze tossiche che le aziende possono emettere. Così si rispettano i parametri Ue e si tutela la salute delle persone. Particolare soddisfazione a Taranto, la città più inquinata d'Italia. È la prima proposta del genere in Italia. L'azienda protesta
18 dicembre 2008
Ornella Bellucci
Fonte: Il Manifesto

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TARANTO - «La nostra legge vuole dare speranza alla Puglia e parlare all'Italia e all'Europa. La difesa dell'ambiente è una responsabilità politica». Così Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia, dopo che il consiglio regionale ha approvato il ddl che fissa i limiti per le emissioni di diossina e furani da parte dell'industria.

È stato due giorni fa. In aula c'erano molti tarantini, dipendenti Ilva e non, esponenti di associazioni ambientaliste, confluite nella rete Altamarea, e sindacati. La legge è passata a maggioranza allargata, con il voto favorevole di tre consiglieri di opposizione (uno dell'Udc e due di Forza Italia) e 5 astensioni (due di FI, una di An, una di "La Puglia prima di tutto" e una del Gruppo misto).

L'obiettivo è audace e la strada intrapresa dalla Regione per tutelare la sicurezza del territorio e di chi lo abita, in particolare l'agro di Taranto, martoriato dalle emissioni industriali, si fonda su evidenze scientifiche. Quelle che dall'era Vendola in poi l'Arpa, agenzia regionale per l'ambiente, raccoglie e denuncia, inascoltata, al governo centrale.

Le stime attestano che la diossina prodotta dall'Ilva a Taranto in un anno e in condizioni routinarie, è pari a 171 grammi - dato rilevato nel 2008 sul camino E312 dello stabilimento -, che moltiplicati per 45 anni di attività del siderurgico, danno oltre 7,7 chili di diossina: tre volte Seveso. E sono complementari a quelle contenute nel registro Ines, secondo cui a Taranto si produce il 92% della diossina italiana.

Dei paesi europei, in cui il limite di emissioni per metro cubo è fissato in 0,4 nanogrammi in tossicità equivalente, l'Italia è l'unico ad avere una legge che fissa il tetto a 10mila nanogrammi a metro cubo in concentrazione totale: il più alto. Di più. L'Ines stima anche che la fonte principale di diossina a Taranto è l'Ilva.

L'obiettivo della legge Vendola è dimezzare le emissioni entro il primo aprile del 2009, per scendere entro il 31 dicembre 2010 al limite europeo. Verranno calcolate soltanto le diossine dannose per l'uomo, come prevede la legge italiana. Recependo il decreto di Aarhus (approvato nel 2004 dal Consiglio europeo, e divenuto legge in Italia nel 2006 ma mai applicato), la legge dispone che «tutti gli impianti di nuova realizzazione non dovranno superare i 0,4 nanogrammi di emissione». Diverso il discorso per gli impianti già esistenti, come l'Ilva di Taranto. Le emissioni di diossina prodotte dallo stabilimento a febbraio 2008, dati Arpa, oscillavano tra i 4,4 agli 8,1 nanogrammi, ma a giugno, dopo l'impiego di tecnologie Urea (che esercitano una forte funzione inibitrice) si sono ridotte anche a 0,9.

Dal primo aprile del 2009 non dovranno superare i 2,5 e dal 31 dicembre del 2010 dovranno rispettare il limite europeo. Entro 90 giorni dall'entrata in vigore della legge, i gestori degli impianti dovranno elaborare, a loro spese, un piano per il campionamento continuo dei gas di scarico e presentarlo all'Arpa per la validazione e il successivo controllo. Sarà infatti l'Arpa a valutare l'effettiva attuazione dei piani e la loro efficacia, e, in caso di superamento dei limiti, a informare l'assessorato all'Ecologia che diffiderà il gestore dell'impianto dal rientrare dal superamento entro 60 giorni. Se non accadrà, la fabbrica dovrà chiudere: le modalità di riattivazione saranno definite in un'apposita Conferenza dei servizi dopo l'individuazione e la rimozione delle cause che hanno determinato il superamento dei valori limite.

Il 15 luglio scorso, in una relazione al ministero dell'ambiente, l'Arpa Puglia, sulla base di esiti di varie rilevazioni, segnalava a Taranto «una situazione fortemente degradata dal punto di vista ambientale e sanitario», ma il ministero aveva ritenuto quelle rilevazioni «non valide ai fini dell'individuazione di limiti più restrittivi», perché effettuate con metodi non previsti dalla normativa. Dello stesso avviso l'azienda che nel cronoprogramma presentato al ministero in vista dell'Autorizzazione integrata ambientale (Aia) aveva indicato parametri tre volte superiori a quelli chiesti dalla Regione. Ora, dopo l'approvazione della legge, in una nota dichiara che i limiti alle emissioni di diossine indicati «sono tecnicamente irraggiungibili nei tempi stabiliti dalla stessa legge».

«Un provvedimento storico», commenta Roberto Dinapoli, di Altamarea. «Si comincia a ragionare in termini concreti del nostro futuro. Questa legge impedirà alla grande industria di continuare a procastinare l'adozione delle migliori tecnologie disponibili». Lunetta Franco, di Legambiente Taranto, aggiunge: «È una legge importante non solo dal punto di vista pratico, ma anche simbolico, perché spiana la strada ad altri provvedimenti di questa natura». Per Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink, «la legge antidiossina è un esempio di civiltà che a Taranto gode del sostegno di tutta la popolazione. Supplisce allo Stato centrale che finora si è inginocchiato davanti ai poteri forti».

Fabrizio, operaio dell'Ilva dice: «La fabbrica però non può essere chiusa. Non puoi mandare a casa dodicimila persone più l'indotto. Bisognerebbe renderla meno inquinante, gli strumenti ci sono, solo che Riva dovrebbe spendere più di soldi. Non bisogna cedere al ricatto occupazionale. È strano che mentre si pone il problema dell'inquinamento l'azienda annunci la cassa integrazione. Oggi i sindacati sono stati convocati per altri 2200 provvedimenti».

«La legge rappresenta una pietra miliare per la Puglia», commenta Antonio Buccoliero, consigliere regionale Udeur. «Traccia un nuovo percorso culturale, da oggi le problematiche ambientali non sono più scisse da quelle occupazionali». Dello stesso tenore le dichiarazioni di Mino Borracino, capogruppo dei Comunisti italiani: «Non è una legge anti-industriale, ma si muove nel solco già tracciato dall'Unione europea». Con questa legge, aggiunge Arcangelo Sannicandro, capogruppo del Prc, «diamo una risposta ferma e celere alla domanda di sicurezza proveniente dalla popolazione tarantina e non solo».

Vendola: «vogliamo incidere anche sulla sicurezza del lavoro nell'indotto»

Presidente Vendola, il ddl varato dalla sua giunta è legge. Insomma in Puglia si sperimenta un cambiamento

È una legge importante per la Puglia, ma non è l'unica varata in questi tre anni e mezzo di governo. La Regione ha varato 28 leggi ambientali, 14 regolamenti, 3 piani e 31 tra accordi di programma e protocolli di intesa. E per la prima volta ha posto al governo nazionale l'urgenza della bonifica integrale dei siti inquinati di Taranto e Brindisi, e ha impedito che nel sito inquinato di Manfredonia partissero le sanzioni comunitarie perché non erano stati cantierizzati gli interventi di bonifica che noi abbiamo cantierizzato.

Insomma la Regione in questi anni ha ribaltato le strane equazioni per cui il lavoro dovesse coincidere con la paura di morire, provando a coniugare le ragioni dell'economia con quelle dell'ecologia

La questione è di sicurezza. Partiamo da quella sul lavoro: il dato nazionale e quello pugliese ci dicono che gli incidenti tendenzialmente diminuiscono per i lavoratori a tempo indeterminato, e che aumentano per i lavoratori stranieri e per gli atipici. L'Ilva di Taranto è grande due volte la città, e i problemi di sicurezza sono particolarmente complessi. La maggior parte degli incidenti degli ultimi anni però riguardano i lavoratori dell'appalto, cioè chi entra in fabbrica per lavori brevi e non ha conoscenza della geografia dei rischi e dei pericoli. Quello che mi preme è anzitutto regolamentare il circuito del subappalto.

Ma l'indotto Ilva, che occupa 4mila lavoratori, è ancora una zona magmatica. Interdetta ai sindacati.

È così in tutta Italia. L'indotto, per definizione, è una grande palude dal punto di vista dei diritti sociali e sindacali, e quindi è una grande battaglia.

Poi c'è l'Ilva come problema ambientale e sanitario.

Le due questioni hanno una forte parentela ma non coincidono. Taranto è la città che ospita l'arsenale militare, un grande porto, l'Ilva, cementerie importanti, l'Eni. È anche un pezzo di quel grande Salento che è stato il luogo d'insediamento di colture di tabacco (con l'abuso di pesticidi) e in cui ci sono le cave della famosa pietra leccese, che ha una radioattività elevata. Una conoscenza epidemiologica corretta coglie l'insieme dei fattori di rischio. La diossina che oggi fa male a Taranto non è quella prodotta dall'Ilva, di cui vedremo gli effetti tra 20-30 anni, ma di insediamenti produttivi precedenti. Quindi dobbiamo proporci con una logica di bonifica integrata.

E l'Ilva di Taranto, che negli ultimi 4 anni ha prodotto 2,5 miliardi di utili, contribuisce significativamente all'inquinamento totale.

Nel 2005 abbiamo cominciato con Riva un percorso che ha segnato una cesura straordinaria rispetto al passato. Riva ci ha presentato un piano industriale, noi glielo abbiamo restituito con 100 osservazioni tecnico-scientifiche. Lui lo ha corretto e ce lo ha rimandato, e noi glielo abbiamo rimandato con ulteriori osservazioni, e abbiamo aperto un tavolo tecnico chiedendogli: la copertura dei nastri trasportatori, l'abbattimento delle quote di carbone, polveri sottili, mercurio e diossine, il barrieramento dei parchi minerari, e la bonifica d'amianto.

Tutto a partire dalle evidenze prodotte dall'Arpa, che prima, durante il governo Fitto, era come dice lei «una scatola vuota».

Sulle diossine avevamo iniziato lo stesso percorso del Friuli, che ha stipulato un protocollo d'intesa con Lucchini per le acciaierie di Trieste che ha portato a definire per le emissioni di diossine la soglia di 0,4 nanogrammi. Poi è cambiato il governo ed è saltato tutto.

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