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Taranto dagli ulivi agli altiforni

Esce il secondo volume della storia urbana di Nistri. L'enorme corredo fotografico mostra una verità sacrosanta: Taranto era una città molto bella, ed è diventata brutta. Era bella prima che venisse costruito l'Italsider.
9 gennaio 2009
Alessandro Leogrande
Fonte: Corriere del Mezzogiorno

Ulivi secolari di Puglia
Se c'è una città che più di altre ha incarnato il paradigma novecentesco dell'industrialismo, quella città è Taranto. Su una base preesistente e di lunga durata, quella del lavoro in Arsenale, fu costruito con il sostegno delle partecipazioni statali il più grande stabilimento siderurgico d'Europa: l'Italsider (poi Ilva) che tanto ha inciso sulla politica, sulla società, sull'economia, sulla cultura. Sulle disfunzioni joniche, e ovviamente sull'ambiente.

Oggi che quel paradigma industrialista si è rovesciato nel suo contrario, le ciminiere non paiono più immortali, e l'inquinamento è divenuto insostenibile. Il paradosso, però, è che Taranto non riesce più a immaginare un suo futuro, né a rispondere compiutamente ai malanni del presente.

Così, una città che ha attraversato oltre due millenni di storia, tra guerre, occupazioni e rinascite, non riesce ora a rammentare che la prima pietra dell'Italsider fu posta solo nel 1960, e che la «grande trasformazione» ha avuto in fondo una durata molto breve: un trentennio di fabbrica pubblica, cui ha fatto seguito un quindicennio di gestione privata con il Gruppo Riva. Nella sua incapacità di reggere il confronto con questi pochi decenni di storia, di andare oltre il Novecento, Taranto sembra quasi essersi impantanata in un blocco di sistema.

Eppure tutto è nato negli anni Sessanta, «nel grande decennio mutante in cui tutto sembrava possibile e urgeva cambiar pelle ». Così scrive lo storico Roberto Nistri nella prefazione al secondo tomo dell'opera Taranto. Dagli ulivi agli altiforni (Mandese Editore, 732 pagine, 68 euro), sottotitolo: Scuola, sanità e urbanizzazione. I luoghi della memoria e della mutazione, che segue il primo tomo pubblicato un anno fa ( Economia e società, politica e cultura).

È un lavoro collettivo che raccoglie i contributi di diversi storici e studiosi, ed è una lettura molto utile per capire cosa sia accaduto nella seconda città di Puglia tra il 1945 e la fine degli anni Sessanta, allorquando il suo nuovo e attuale volto è stato via via modellato. È allora, infatti, che si è aperta la nota forbice jonica: alla crescita del Pil pro-capite non ha fatto seguito una più armoniosa crescita socio-culturale ed eco-compatibile. Il guaio è che oggi quest'ultimo ritardo (che a lungo è parso marginale) ha risucchiato verso il basso anche l'economia, tanto che la forbice si è richiusa nel peggiore dei modi.

L'enorme corredo fotografico che accompagna i testi mostra una verità sacrosanta, più che evidente: Taranto era una città molto bella, ed è diventata brutta. Era bella prima che venisse costruito l'Italsider, ed era bella anche nei suoi primi anni di vita, quando ancora si pensava che potesse esserci un rapporto fruttuoso tra l'ingresso di grandi masse di lavoratori nell'occupazione industriale e nuovi esperimenti politici e culturali. Purtroppo questa strada non è stata percorsa. E non è affatto passatista chi riscontra che molte cose sono andate storte, a cominciare dalla «mostrificazione » urbanistica denunciata da Carmelo Di Fonzo nel suo intervento.

Il volume è pieno di notizie interessanti.

Nel suo saggio Anni '60: la belle époque dell'acciaio, lo stesso Nistri ricorda che durante la costruzione del centro siderurgico morirono tantissimi lavoratori, specie tra le ditte dell'appalto in cui si «faticava » a cottimo per 12-16 ore al giorno. I numeri sono impressionanti: 18 morti nel 1961, 28 nel '62, 23 nel '63, 32 nel '64... Quasi tutti erano ex-disoccupati o ex-contadini giunti in città dalla provincia. Questa migrazione da Sud a Sud cambiò improvvisamente il volto di parecchi quartieri, tanto che perfino il Times arrivò a scrivere: «Se Rodolfo Valentino fosse oggi un giovane in cerca di occupazione non avrebbe bisogno di emigrare a Hollywood, ma probabilmente troverebbe lavoro nel gigantesco stabilimento Italsider di Taranto».

Eppure c'erano anche, in quella Taranto, intellettuali acuti come Antonio Rizzo e grandi battaglie civili. Come quella che vide coinvolti Brandi, Bassani e Argan contro la distruzione della Città Vecchia, paventata dall'allora dirigenza democristiana, che avrebbe voluto invece ricostruirla con case-torri «distanziate tra loro ma sviluppate in altezza». Altro dato storico interessante: la prima volta che a Taranto si parla di inquinamento causato dai fumi emessi dalle ciminiere è nel '68, con una interpellanza di tre consiglieri comunali del Pci, Cannata, Muciaccia e Romeo. Allora non se ne accorse quasi nessuno: il paradigma iniziava già a sgretolarsi.

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