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Ambiente e veleni

Ilva, quel tesoro illegale sulla pelle della gente

Il guadagno di chi specula col conflitto tra la salute e il lavoro. Taranto non puù essere discarica di veleni ma nemmeno una potenziale pattumiera morale di un sistema di arricchimento personale, tollerato e agevolato dallo Stato
23 maggio 2013
Gianluigi Pellegrino (Repubblica ed. Bari)

' IL caso di dire basta. La Puglia, il Salento, Taranto non solo non possono rappresentare la discarica di veleni ma nemmeno una potenziale pattumiera morale di un sistema di arricchimento personale, tollerato e agevolato dallo Stato. Emilio Riva, patron dell'Ilva



Qunto emerge dall'inchiesta milanese con riguardo alla famiglia Riva ed anche a prescindere dal definitivo accertamento di responsabilità penali, ripropone con forza drammatica e impietosa il tema su cui più volte avevamo richiamato l'attenzione da queste colonne.

Se sono già difficilmente sopportabili i ricatti e le pur necessarie mediazioni tra "salute" e "lavoro" è sicuramente intollerabile che la mediazione alla fine obbligata, si risolva persino in un vantaggio economico per interessi privati robustamente accusati di aver dolosamente trasformato una realtà produttiva strategica in un bubbone avvelenato e in un'emergenza nazionale. Per questo avevamo chiesto, in qualche modo implorato, all'indirizzo del governo Monti allora in carica, che qualsivoglia soluzione ponte, volta a cercare il miracolo di salvare insieme salute, economia e lavoro, non si prestasse mai e in alcun modo, nemmeno per un euro, a divenire un affare per la famiglia Riva ("Soluzione dovuta ma non un euro vada ai Riva" scrivemmo nell'autunno scorso). 

Se lo Stato individua e certifica (grazie all'intervento della magistratura cui va il merito esclusivo di aver svegliato una politica inerte se non talvolta connivente) che gravissime violazioni al rispetto dell'ambiente e della 

salute sono state perpetrate tanto da dover varare una legge ad hoc per consentire la prosecuzione dell'attività di un impianto che altrimenti dovrebbe chiudere all'istante, e se giustifica tale intervento di eccezione (solo come tale consentito dalla Corte costituzionale) con l'interesse pubblico connesso all'economia nazionale, ebbene, se uno Stato fa questo, e se ne possono comprendere le ragioni, allora allo stesso tempo deve garantire che nessun vantaggio privato derivi per alcuno e tanto meno proprio per coloro contro i quali il medesimo Stato deve agire per chiedere il ristoro dei danni provocati.
Per queste ragioni avevamo chiesto che il legislatore così come
opportunamente interveniva (quale unico potere in grado di farlo) per una mediazione eccezionale e derogatoria idonea ad evitare la chiusura dell'impianto, allo stesso tempo doveva escludere in termini assoluti che i ricavi di tale fase di attività dell'Ilva andassero a vantaggio della famiglia proprietaria, che doveva invece essere chiamata con proprie risorse a porre in essere tutti gli interventi di bonifica e messa a norma imposti dalla normativa di eccezione. Ed invece questo incredibilmente non è avvenuto, mentre ora scopriamo che la famiglia Riva ha accumulato all'estero qualcosa come un miliardo e 200 milioni di euro, mentre qui si fanno mille difficoltà a procedere a quanto necessario a salvaguardare (con grave ritardo) la salute di intere popolazioni.

Si badi bene che la Corte costituzionale non ha assolutamente detto che tutto ciò va bene. Anzi ha espressamente evidenziato come sicuramente altre e più avanzate mediazioni erano individuabili. Inoltre non era rimesso alla Consulta di vagliare l'assurdo beneficio economico che viene consentito di acquisire ulteriormente ai Riva, in deroga alle norme valide per tutto il resto del paese, dei cittadini e degli imprenditori. Ma ora questo non è più tollerabile. Ed allora il vuoto lasciato dal governo Monti venga colmato da questo nuovo esecutivo che vorrebbe essere di salvezza nazionale (come invero non si sta dimostrando dai primi passi) e che si dice impegnato a ripristinare il rapporto istituzioni  -  comunità amministrate. Vi è peraltro il rischio che, come sempre avviene, la fase di bonifica e messa norma dell'Ilva duri ben più dei 36 mesi che si erano preventivati, il che allungherebbe il periodo di esercizio dell'impianto in deroga alle norme vigenti. 

 

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