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Intervista

Alessandro Marescotti: «Serve unità, la politica ci ha divisi»​

​Dai 20mila di Altamarea ad oggi: le divisioni e i litigi che hanno lacerato il movimento ambientalista
Enzo Ferrari (Direttore Responsabile di Taranto Buonasera)

"Taranto può essere vista come un laboratorio per la partecipa­zione. Non è decisivo il numero delle persone che partecipa ad una manife­stazione. A Salerno le Fonderie Pisano sono state chiuse dopo un corteo di duecento persone e uno screening sulla popolazione".

Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink, è una delle figure più se­riamente impegnate nella marea am­bientalista. Anche se la marea si è un po’ prosciugata, a giudicare dalla poco entusiasmante riuscita della manifesta­zione “Chiudiamola qua!”.

 

Marescotti, cosa cambiato dalle mi­gliaia di persone in piazza dietro la bandiera di Altamarea alle poche presenze del 18 marzo in Piazza Ga­ribaldi?

Uno dei motivi per cui il movimento ambientalista si è spaccato è da ricer­carsi nei rapporti con la politica. Questi rapporti devono essere gestiti con gran­de attenzione. Noi come Peacelink non parteggiamo per nessuno e la nostra funzione non è quella di organizzare mobilitazioni ma richiamare attenzione su dati ed obiettivi. Cittadinanza attiva e informazione scientifica.

Ad esempio?
Prendiamo i wind days. Prima, con l’am­ministrazione Stefàno, ci si limitava a deviare il traffico, ora c’è attenzione ai bambini, anche se l’efficacia dell’ultima ordinanza è ancora tutta da verificare. Con una troupe della tv svizzera ab­biamo fatto un esperimento al rione Tamburi: con una calamita abbiamo raccolto polvere nera, un rifiuto speciale derivante dal processo di produzione in Ilva che per cinquant’anni è stata man­tentuta sui parchi minerali senza che i lavoratori fossero informati che quella polvere conteneva diossina. La legge antidiossina in parte l’ho scritta io ed è nata dopo la marcia dei ventimila di Altamarea del 2008, l’anno delle analisi fatte dal basso su latte materno, carni e formaggi. Vendola fino ad allora ci aveva snobbato e ricordo che le analisi istituzionali fatte tra il 2002 e il 2007 non avevano rilevato superamento dei limiti: mai saputo come sono state fatte quelle misurazioni.

Torniamo quindi alla domanda ini­ziale: perché si è smarrita quella partecipazione?
Ci sono diverse risposte. Una è che la città ci vuole uniti e noi diamo l’impres­sione di essere divisi. Allora sembrava che fosse in corso una “guerra di movi­mento”, che fossimo vicini a una svolta. Oggi siamo passati a una “guerra di posizione” che logora tutti: noi, governo, Arcelor, lavoratori, partiti... E poi hanno fermato la magistratura...

Torniamo ai rapporti con la politica. Cosa è accaduto?
I rapporti con la politica hanno generato spaccature, odio, inimicizie. Al nostro interno è entrata la politica che ha pun­tato sulla differenze. Si è creato un clima finalizzato solo al dibattito elettorale. Così è finita Altamarea.

Come è nata la candidatura a sindaco di Bonelli nel 2012?
Eravamo sotto la cappa di sindaco, Provincia e Regione: soggetti non più affidabili. C’era quindi l’esigenza di una nostra rappresentanza politica, ma volevamo un movimento inclusivo. Oggi invece l’inclusività non c’è più.

Qual è ora il vostro rapporto con l’amministrazione comunale?
C’è dialogo, ma vogliamo vedere i ri­sultati del dialogo. L’Osservatorio della Mortalità è un buon test di verifica. Stefàno aveva detto di sì ma non l’ha mai fatto.

Ha suscitato perplessità il vostro rap­porto con Emiliano...
Il confronto con le istituzioni c’è sempre stato, soprattutto se ci sono azioni che riteniamo giuste come il ricorso al Tar. Anzi, avrebbe dovuto farlo il M5S. È successo invece che dopo le parole di Di Maio sull’Ilva gli ho scritto chieden­do quale fosse il cronoprogramma che aveva in mente. Sto ancora aspettando la risposta...

La situazione ambientale di Taranto era stata certificata già nel 1990 con la dichiarazione di area ad elevato rischio ambientale. Perché la città si è svegliata solo negli ultimi anni?
Perché la percezione del rischio è stata mantenuta a livelli bassi. È mancata una forza che creasse consapevolezza. Le grandi associazioni ambientaliste na­zionali non hanno mai fatto di Taranto una vertenza, eppure a Taranto è stata emessa più diossina che a Seveso. A Genova, invece, Legambiente era per la chiusura dell’area a caldo. Noi che lo diciamo qui siamo accusati di essere estremisti.

Spesso gli ambientalisti si sono con­trapposti ai lavoratori dell’Ilva, che ancora oggi continuano a essere mal­trattati sui social.
Se vero, sarebbe malissimo. Con i lavoratori bisogna avere un rapporto positivo, che del resto esiste già. Alcuni nostri esposti sono frutto proprio delle loro segnalazioni.

Taranto può reggere alla chiusura dell’Ilva?
In altre parti del mondo questo percorso è stato compiuto. Si tratterebbe di rea­lizzare una operazione di “protezione civile”, ma per farlo occorre lavorare tutti per la stessa soluzione. Per questo è indispensabile la coesione sociale. Se questo percorso è in parte compromesso dalle nostre divisioni? Sicuramente sì. Ma c’è un altro aspetto da sottolineare.

Quale?
L’assenza di un Piano B. Siamo allibiti per questo vuoto. Servono risposte con­crete e dettagliate.

Ma non si diceva che le bonifiche avrebbero risolto il problema?
Ammesso che le bonifiche producano quindicimila posti di lavoro, cosa tutta da verificare, temo che quei posti sareb­bero occupati tutti da tecnici tedeschi, svedesi... Qui le bonifiche non si studia­no, non c’è formazione. Volevamo che la legge speciale per Taranto servisse ad incentivare la formazione degli stu­denti proprio su questo aspetto. Invece il consigliere Liviano non ci ha neppure convocati. Altro che inclusione.

È ancora ottimista sulla possibilità di una soluzione positiva di questa vertenza?
Se continuano i litigi non arriveremo da nessuna parte. Stiamo distruggendo la nostra utopia realizzabile. In altre nazioni la green economy è una realtà realizzata con la convergenza di tutte le principali forze politiche e dell’opinione pubblica.

È sempre convinto che continuare ad offrire una immagine così negativa di Taranto faccia bene alla città?
Se uno ha un tumore glielo devi dire. La verità va detta e noi vogliamo esse­re portatori di speranza fondata sulla conoscenza.

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